Archive | ottobre, 2011

Il popolo italiano e il mancato illuminismo.

24 Ott

Qualche giorno fa Bagnasco ha affermato seccamente che non esiste nessun “partito di Bagnasco” facendo riferimento a una fantomatica voglia di DC che serpeggerebbe in Parlamento ultimamente. A parte il fatto che credo che nemmeno i vecchi affezionati alla DC ne vorrebbero veder sorgere un’altra, vista la levatura dei personaggi che girano, questa è certamente una assurdità: perché mai la Chiesa dovrebbe volersi schierare apertamente da una parte o da un’altra, quando attualmente riceve inchini reverenziali bipartisan e trasversali a ogni pié sospinto?

Non c’è nessun bisogno di un partito che la Chiesa ispiri direttamente, c’è già il meta-partitone cattolico, che insiste su un fantomatico “elettorato cattolico”, che altro non è che una scusa per giustificare la matassa inestricabile di interessi che lega la Chiesa a tutti i partiti più rappresentativi.

Sarò anche una giacobina mangiapreti ma questo stato di cose dovrebbe ripugnare qualunque mente con un concetto di trasparenza, etica e responsabilità che gli gira per i neuroni. Di conseguenza un* cittadin* responsabile con un preciso concetto di laicità, dovrebbe escludere dalle sue possibilità di voto quelli che pensano che le leggi di uno Stato democratico debbano avere un’ispirazione confessionale. Certo che allora dite voi non rimane più nessuno da votare. Vabbé comunque il punto era un altro, cioè che essendo affetti collettivamente da un complesso di inferiorità che ci fa inchinare con timore reverenziale di fronte al “sior paron dalle belle braghe bianche”, giustifichiamo la nostra condiscendenza con il fatto che “E’ così che ci vuoi fare”.  È un atteggiamento contagioso, contro il quale occorre resistere resistere resistere. Certo la tentazione di sgravarsi dalle responsabilità è forte. E’ bello avere un tutore che anche se ha i suoi difetti, pensa e ragiona per noi: una fatica in meno.

Perfino io, che sono appunto una giacobina mangiapreti, quando Bagnasco, qualche tempo fa, ha rimproverato l’innominabile sul versante morale, con solamente un ritardo di qualche anno, – fatto insolitamente celere per i vertici ecclesiastici abituati a far finta di non vedere per lustri interi su lustri interi – ho avuto un moto di gratitudine. Confesso che per un secondo ho pensato: meno male che anche la Chiesa dice qualcosa.

È così che siamo ridotti: a sperare che la Chiesa si stufi, che Bossi si rompa le palle o che l’Europa costringa chi può a mandarlo a casa. La storia è sempre la stessa qui in Italia, chiunque arriva detta legge e noi siamo ben disposti a lasciar fare per i pasticci che abbiamo lasciato combinare. Tanto ci crediamo tutti più furb* di tutti gli altri e pensiamo sempre che non toccherà a noi, perché noi ce la caveremo. In poche parole siamo un popolo politicamente infantile, che ogni tanto fa i capricci, scalcia, strepita, ma non sa badare a se stesso. Abbiamo avuto moltissime occasioni nella storia per provare a diventare davvero un popolo. Potevamo scegliere, ad esempio, dopo mani pulite che è la prima occasione nella storia più o meno recente che mi viene in mente, cosa fare: se crescere e maturare dal punto di vista politico e civico, dal punto di vista cioè del senso della repubblica e delle conseguenti responsabilità, o se continuare a affidare la faccenda a altri.

Eloquentemente abbiamo scelto di mandare al potere Berlusconi e di mantenercelo per quasi un ventennio. Uno che dichiarava di voler amministrare uno Stato come se fosse un’azienda e lui l’amministratore unico, e al quale abbiamo creduto come un bambino di cinque anni che crede che il proprio papà sia un super eroe e che possa fare qualunque cosa, sgranando gli occhi a rutilanti affermazioni come “meno tasse per tutti” e un “milione di posti di lavoro” – all’estero probabilmente. E se questa stagione finirà sarà perché avremmo ceduto la patria potestà a qualcun altro, non perché abbiamo compiuto la maggiore età.  Sarà perché chiederemo aiuto allo zio che sta in Svizzera perché in famiglia i conti non tornano, o perché spereremo che il fratello vescovo della nonna trasferisca il prete di paese da qualche altra parte perché fa troppi occhi dolci alle ragazzine.

Diceva Kant nel 1783:

L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità di cui egli stesso è colpevole. Minorità è l’incapacità di servirsi della propria intelligenzasenza la guida di un altro. Colpevole è questa minorità, se la sua causa non dipende da un difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi di essa senza essere guidati da un altro. Sapere aude!Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! Questo dunque è il motto dell’illuminismo. (…) E’ così comodo essere minorenni! Se ho un libro che pensa per me, un direttore spirituale che ha coscienza per me, un medico che valuta la dieta per me, ecc., non ho certo bisogno di sforzarmi da me.”

E Forza Italia.

La paura delle piazze.

17 Ott

Che sia stata orchestrata, che sia frutto di gruppi isolati, che ci fossero o no agenti infiltrati, che sia stata l’espressione di molte rabbie diverse non lo sapremmo mai con certezza. E se lo sapremo, succederà fra molto tempo quando i fatti di Roma del 15 ottobre come quelli del G8 del Genova saranno dei ricordi più o meno lontani . D’altra parte è un paese questo in cui ancora si attendono parecchie verità su fatti vecchi di trent’anni.

Una cosa però è successa ed è che le persone cominciano a pensare che andare alle manifestazioni stia diventando pericoloso.

Che fosse un effetto calcolato o no, questo è ciò che pensano molte persone ed è una cosa molto grave per una democrazia liberale, poichè mina i suoi fondamenti. Le democrazie  infatti si reggono sul consenso dei cittadini espresso anche tramite il voto, che ne è la sua espressione più diretta,  ma anche sulla possibilità di dimostrare in ogni momento il proprio dissenso, ovviamente nelle forme lecite. Le manifestarzioni di piazza sono da sempre una delle forme del dissenso. Che episodi di violenza di questa portata succedano durante manifetazioni ampie e che hanno come tema l’economia globale non può essere, credo, un caso. Il dubbio però rimane: è l’argomento che incendia gli animi o si vuole distrarre dal contenuto delle rivendicazioni concentrandosi solo sul teppismo tramite il quale si condanna tutto il resto?

Pericoloso mi pare anche la caccia all’uomo che si sta scatenando e non perchè non sia giusto tentare di individuare i colpevoli e i fomentatori degli scontri, ma perché questo potrebbe formire il pretesto per autorizzare una politica del sospetto e delle azioni arbitrarie.

Per scongiurare tutto questo utile sarebbe una nuova manifestazione a breve che dimostri che i cittadini di un paese democratico e liberale non rinunciano a esprimere le proprie opinioni e a apportare il loro contributo in termini di proposte.

I notai come la Cei.

14 Ott

Erano davvero molte notti che passavo insonni interrogandomi sul come mai da almeno una settimana nessuno più sentiva la necessità di mettere il becco su questioni dette “eticamente sensibili”.

Ringrazio perciò il Consiglio Nazionale del Notariato per avermi confortato sul fatto che niente è cambiato.

Sì perché insomma lo sentivamo davvero il bisogno di un altro documento fuffa, se si guarda nella sostanza della proposta, sulla regolamentazione delle coppie di fatto.

La proposta dei notai per l’introduzione dei “patti di convivenza”, è striminzita e asfittica poiché la regolamentazione di cui si parla per le coppie di fatto riguarda la gestione patrimoniale, in una visione privatistica, cosa che, mi pare, si possa benissimo fare anche ora andando, per l’appunto, da un notaio.

Il punto fondamentale della rivendicazione riguardo alla regolamentazione delle coppie di fatto è il loro riconoscimento pubblico con annessi e connessi. Da questo punto di vista dunque il documento redatto dal Consiglio Nazionale Del Notariato, è perfettamente inutile e non coglie, o finge di non cogliere, l’aspetto pubblicistico che viene rivendicato. In compenso però è un documento molto eloquente dal punto di vista ideologico ed è interessante è leggerlo per vedere quanta violenza appunto ideologica e moralista sia contenuta nelle due paginette di introduzione, tanto che viene da pensare a questo Consiglio come  a una sorta di succursale vaticana.

Nelle prime righe si parla di “anima cattolica della grande maggioranza degli italiani” la quale risulterebbe urtata dalla prospettiva di “ipotesi di assetto della società e dello Stato molto diverse” e che deve difendersi da una non meglio precisata “aggressione al patrimonio delle nostre esperienze storico culturali”. Di chi e a che cosa non si sa. Ma il bello arriva dopo.

Poche righe e  parte la tirata sulla Sacra Famiglia, dove si può leggere il gradevole assunto: “la pluralità di forme relazionali non elimina né mai potrebbe, la famiglia come istituto unico e insostituibile a livello sociale, fondata sull’unione affettiva e economica tra un uomo e una donna, in grado di assolvere alle funzioni cui essa è da sempre finalizzata: l’amore, la riproduzione della specie, l’educazione della prole, la reciproca assistenza economica e morale”.

Bisognerebbe far sapere a lor signori che  anche le relazioni sentimentali fra due persone dello stesso sesso sono fatte di amore, reciproca assistenza economica e morale e, udite udite, riproduzione della specie e educazione della prole. Le famiglie omogenitoriali sono una realtà di fatto da molto tempo, piaccia o non piaccia. È la realtà, Signori. Donne e uomini si riproducono indipendentemente da chi hanno scelto di amare. Ora, non vorrei che qualche notaio fosse caduto dalla sedia.

In ogni caso le due paginette sono un gustoso contorcimento, su cui ci sarebbe da ridere se non fosse che c’è da piangere, per escludere l’accesso ai diritti alle coppie di fatto, e insieme, tentare di estromettere dal concetto stesso di “coppia di fatto” quella costituita da partner dello stesso sesso, come esemplificato dalla sentenza: “Non è pensabile di imporre dall’alto un modello organizzativo di convivenza a chi, avendo ripudiato l’idea di matrimonio, desideri soltanto convivere”.

Ripudiato??

Cioè, per la versione etero della coppia di fatto suona come: non ti sei voluto sposare? Questo è il castigo, ti accontenterai se proprio proprio devi avanzare qualche pretesa,  di un contrattino come quelli che si fanno fra privati quando vendi una macchina, o quando ci si co-intesta qualcosa. Versione per le coppie di fatto omosessuali: sei un uomo che sta con un uomo o una donna che sta con una donna… bè , per l’amor del cielo… fatti tuoi, non ce li venire a raccontare!

La chiusura di questa penosa introduzione è mirabolante: facendo un breve excursus sullo scenario europeo arriviamo a leggere che  “la Spagna ha compiuto una sterzata violenta rispetto alle sue tradizioni e al comune sentimento del suo popolo consentendo addirittura il matrimonio alle coppie dello stesso sesso, con la possibilità dell’adozione congiunta”. Ecco io questo non lo commenterei nemmeno.

Penserete che me lo sono inventato, ma vi giuro che l’ho letto qui: http://www.ilsole24ore.com/pdf2010/SoleOnLine5/_Oggetti_Correlati/Documenti/Norme%20e%20Tributi/2011/10/notaio-patti-di-convivenza-stampa_101011.pdf?

Beatriz Preciado a Ferrara

2 Ott

(articolo scritto in occasione del “Festival dell’Internazione” del 2011 a cui ha partecipato Preciado)

Sono bastate a Beatriz Preciado poche parole, quelle con cui si è presentata appena le è stata data la parola, per  farsi beffe delle probabili aspettative del pubblico che riempiva tutto il Teatro Comunale di Ferrara, ieri sabato primo ottobre.

Il titolo del dibattito era: “Il ritorno delle bambole”, e io stessa pensavo di assistere a un dibattito sull’immagine della donna.

Presenti oltre a Preciado, Michela Marzano e Natasha Walter. Dopo il primo compito intervento di quest’ultima condotto sugli stereotipi di genere che vengono inculcati ai bambini insieme ai giochi, Preciado interviene dicendo che a lei non interessa per niente discutere sui generi, poiché finché non si esce da un sistema di pensiero binario, nulla della nostra attuale società, potrà mai cambiare. Per cui stare ancora a discutere su cosa è femminile e cosa è maschile, dicotomizzare le espressioni di genere, che sono molte più di due,  è di fatto sterile poiché non affronta la radice del problema, ma si consuma dentro e insieme al sistema. Una volta che si riconosce che lo squilibrio di potere si regge e si alimenta su una politica fondata appunto sui dualismi, di cui quello maschio/femmina non è il solo,  non rimane altro per sovvertite il sistema che decostruire le sue premesse, decostruire il pensiero binario. Fare un discorso davvero critico sul genere, i mezzi di produzione; spostare il punto di vista, analizzare tutte le espressioni che rimangono senza voce, capire il loro portato politico, senza tabù e inchini reverenziali verso niente e nessuno. L’effetto spiazzante di queste dichiarazioni, oltre che sulle altre due ospiti del dibattito, in cui la Walter si arrocca nella sue posizioni e la Marzano tenta la mediazione, si è fatto sentire anche sul pubblico, che in breve ha cominciato a pendere dalle labbra della Preciado.

Non credo di sbagliarmi se dico che è la prima volta, per lo meno a Ferrara, che le teorizzazioni queer vengono sentite da un pubblico vasto e misto, e non solo dalle addette e dagli addetti ai lavori. In Italia il grande pubblico fa fatica a conoscere e ascoltare le istanze del femminismo “classico”, e sono sicura che poch* erano quell* che sapevano anche solo dell’esistenza delle teorie queer, molto avanzate e sviluppate in altre paesi. Certo i bocconi di queste teorie radicali possono avere un sapore esotico per i più, eppure hanno avvinto la platea. Complice anche la personalità di Preciado, irriverente e diretta,  le sue espressioni, la mimica con la quale parlava anche quando stava zitta, la chiarezza delle idee e la forza di una visione teorica globale, che è quello che, a mio avviso, manca nella gran parte dei discorsi politici odierni. I portati della queer theory non si esauriscono nell’analisi delle espressioni di genere, i quali costituiscono il punto di partenza della  critica sociale e politica. Dell’altra grande dicotomia da lei citata, quella produzione/riproduzione che dicotomizza ancora una volta il corpo dei soggetti fra i loro organi sessuali e tutto il resto. Uno dopo l’altro Preciado ha distrutto tutti i tabù che nei discorsi sul genere e sessualità incancreniscono anche il femminismo, quando ha esposto le sue idee sulla prostituzione, allargando il discorso e di fatto aprendolo a una visione più ampia e globale sullo sfruttamento del corpo insito in tutti i lavori illegali, oppure parlando della pornografia e di come altro non sia che una tecnica di produzione del piacere che molto dice su come l’immaginario di una civiltà si sia strutturato, e di come, lungi dal metterci sopra un giudizio morale, bisognerebbe invece farne uno strumento di cambiamento.

Un altro dato che mi ha colpito è che alla fine del dibattito volevo comprare il libro della Preciado, dall’accattivante titolo “Pornotopia” ma ho scoperto che tutte le copie erano state vendute in un baleno. Mi sono chiesta il perché di tale impatto e credo che stia nell’ampio respiro che Preciado ha dato esponendo le teorie. Probabilmente c’è una parte della società civile sempre più ampia che anela a una visione che faccia vedere un orizzonte a cui tendere, anela a una visione delle cose e del mondo che tenda verso un fine altro, e non che si esaurisca nell’esistente che da l’impressione di non avere un vero sbocco, e di essere impantanato in strutture che si percepiscono schiaccianti e  impossibili da cambiare e a cui ci si rassegna scuotendo la testa.

La teorizzazione queer riesce invece a indicare un diverso e radicale orizzonte.

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