Il Desiderio di essere come tutti (anche dell’Especialista de barcelona), in particolare dei Reietti dell’altro pianeta.

1 Lug

Da qualche tempo rimugino di scrivere del libro di Piccolo, non tanto per farne una recensione, ma per una riflessione che mi ha fatto fare, la cui banalità mi ha lasciato tanto più di stucco, quanto meno a quella banalità avevo pensato prima.

Come quando hai la matita infilata dietro l’orecchio e metti sotto sopra casa per trovarla. Si perché al di là dei meriti del libro (e ne ha almeno un paio per me che in quegli anni o non ero nata o mi esprimevo a gesti e grugniti), il punto è questo: non mi ero mai soffermata a pensare a quello che Piccolo chiama il pensiero confermativo e che descrive così: “corrisponde con esattezza a ciò che sta accadendo con la navigazione in rete: mentre ci muoviamo, seminiamo una scia di segnali che poi la rete ripropone per somiglianza. Si chiamano ‘sistemi di raccomandazione’, sono presenti in quasi tutti i siti e social network, e si occupano di analizzare le nostre scelte per poi riproporcene di simili. Più si naviga, più si restringe il campo della diversità – più le proposte sono soddisfacenti ( ‘chi ha letto questo libro ha letto anche…’), più sono limitate. E’ come se, vivendo, eliminassimo sempre più la possibilità di incontrare qualcosa che non ci piace – che non ci soddisfa; ma allo stesso tempo eliminiamo tutto ciò che ci potrebbe sorprendere (…) di conseguenza il campo dei nostri desideri, mentre viene soddisfatto di continuo, si restringe; di conseguenza, ci sembrerà  che nel mondo c’è soltanto gente che la pensa come noi”.

Non sentite spirare un venticello arido dal deserto delle cose tutte uguali? E non è forse vero che questa tendenza è evidente nell’era moderna, o per lo meno a me contemporanea? Forse non è che una delle dirette conseguenze del bisogno di appartenenza, necessario e vitale nel mare magnum degli infiniti stimoli della metropoli dello spirito.

Io per esempio: da molti anni sono giunta alla conclusione che con certa gente non si può proprio parlare in un avvitamento snob su me stessa e sulle mie elaborazioni che tende a escludere tutti gli altri. Troppo volte mi sono trovata a rilevare quanto le posizioni, i pensieri, i modi di essere siano radicati in ognuno e non me ne stupisco: se sostengo un’idea o un principio, con buona pace del politically correct, è perché li ritengo migliori e meglio fondati di tutti gli altri che ho scartato. Ma è un fatto che su quelli mi radicalizzo, mi inalbero appena sento un verbo contrario, stupefatta (o meglio putrefatta, come diceva una mia collega) di come altri possano sostenere idee così bislacche (essendo diverse dalle mie, così squisitamente, penso, razionali, ragionevoli, laiche, potenzialmente condivisibili da chiunque abbia un’intelligenza).

Il nocciolo del libro di Piccolo è poi questo: quel desiderio di essere come tutti svela la realtà di un conflitto amaro e cinico che a noi idealisti (cioè quelli che non siamo come tutti gli altri, e sotto sotto ce ne compiacciamo) tocca di affrontare una volta lasciate le belle sponde che dai vent’anni portano ai trenta. E cioè rimanere duri e puri o lasciarsi modellare dalla commistione della vita, che non è mai lineare come la geometria euclidea, e delle persone, che non sono mai coerenti come un mastrino contabile?

Come sfuggire a questo sistema confermativo, quello che nutre le nostre convinzioni, opinioni, modi di essere, tracciando una riga che dice di qua noi e di là tutti voi?

O sei come Busi il quale fieramente, e alla sua maniera, nel suo ultimo libro dichiara: “io ho letto tutti i libri che potevano essermi contrari e che mi potevano mettere in difficoltà rispetto a quanto avevo acquisito e credevo; gli altri libri, quelli che pretendevano di allisciarmi nelle mie certezze e pigrizie e compiacimenti, li ho sempre chiusi subito con uno sbadiglio. Io non sono istruito in alcun modo. Io non sono un plagiabile microbo di creta dentro cui qualcuno ha insufflato la sua forma per sempre”, oppure ti tocca mediare con la realtà come fa l’especialista de barcelona suo protagonista, non proprio personaggio edificante.

Una mediazione faticosa, fatta controvoglia, più per assecondare quella che dovrebbe essere una presunta caratteristica della ‘maturità’ che per vero convincimento. E’ che quando per tanti anni ti sei indignat* e hai detto e scritto in ogni dove che schifo l’Italia degli ultimi vent’anni, e hai riso e ti sei fatto beffe di un sistema che aborrivi, ma che in nessun modo sei riuscit* a contrastare, bé ti senti un po’ come i Reietti dell’altro pianeta, quelli che vivono in un mondo che si ispira su principi così belli, sulla carta, da commuovere, ma che se vai a vedere così contenti non sono, perché il pianeta è arido, tocca fare tutti i lavori anche quelli che non piacciono e di tuo non hai nemmeno i capelli che ti crescono in testa. E soprattutto è un sistema chiuso in cui i contatti con l’altro pianeta gemello a 4 giorni di astronave, sono interdetti perché quelli che stanno là sono i propietaristi, gente abietta che usa il denaro e l’economia capitalista, non come noi di qua che invece cooperiamo, siamo solidali, non possediamo nulla se non la nostra bella anima. Anche in questo romanzo di fantascienza allora forse si vuole dire che per quanto un sistema, un pensiero, un’idea siano puri e limpidi, anche quelli si chiudono e ripiegano in se stessi come l’anello che simboleggia l’infinito. Ma è proprio dai Reietti dell’altro pianeta che mi viene una risposta quando l’autrice spiega che “e’ nella natura delle idee il fatto di essere comunicate: scritte, dette, fatte. L’idea è come l’erba. Brama la luce, ama le folle, s’irrobustisce con gli incroci, cresce più forte se la si calpesta.” Quanto è vera quest’ultima affermazione, mi sono detta. Se tu le idee degli altri le calpesti, vai cioè allo scontro frontale, tenti di soffocarle, di brutalizzarle, in poche parole ogni volta che ti lasci andare a una reazione scomposta, violenta, aggressiva contro un’idea, quella trova il modo di sopravvivere prima e prosperare poi. Dunque la strategia migliore, per niente mossa da spirito ecumenico, ma da calcolo bellico, nella battaglia delle idee, è quella di non mostrare i denti, di lavorare ai fianchi, di prenderla alla larga, di non sbraitare se l’antagonista sta bello compito. Di aprire il confronto per far in modo che gli altri, tutti gli altri, se non hanno un’idea su questo o quello, se la facciano.

Ma sempre col sorriso a fior di bocca.

A esserne capaci.

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3 Risposte to “Il Desiderio di essere come tutti (anche dell’Especialista de barcelona), in particolare dei Reietti dell’altro pianeta.”

  1. ammennicolidipensiero luglio 1, 2014 a 5:14 pm #

    come scrivevo a rodixidor qualche tempo fa, ci son tante cose che del libro di piccolo, nella sua “disillusione” (passmi il termine), m’han fatto arrabbiare, compresa l’apparente accettazione passiva del pensiero confermativo. eppure, non riesco a criticare il libro fino in fondo, anzi. l’ho apprezzato, e anche molto. forse perché è stato il primo libro (tra quelli con un certa visibilità mediatica e un certa “semplicità e concretezza di linguaggio”, passami l’espressione) che mi ha fatto capire tante cose di quella sedicente sinistra che da anni non riesco a capire, che mi fa imbestialire ogni volta che uno dei suoi sedicenti portavoce apre bocca, che rappresenta la grande maggioranza, quella sedicente maggioranza riformista che riesce a conciliare imperfezione e appartenenza.

    • Michela Poser luglio 1, 2014 a 5:55 pm #

      Capisco quello che dici, nel senso che io invece l’ho trovato apprezzabile, per vari motivi, non ultimo quello stilistico, sebbene a tratti stucchevole (proprio perchè cerca di suscitare determinati effetti in chi legge), ma mi rimangono delle riserve.
      Come quando dici “si bel libro, ma…” e non sai proseguire bene, argomentare fino in fondo.
      Per me in questo libro c’è un ma… forse quello che dici tu, questa specie di atteggiamento arrendevole, o la consapevolezza che, date le premesse, che Piccolo descrive molto bene, ti cadono le braccia e dici “ah ma per forza non andiamo da nessuna parte”. Per lo meno a me cadono, ma perché io forse a patti col mio idealismo ancora non ci sono andata.

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