Cartongesso, di Francesco Maino

21 Ago

Sono nata in Germania, dove ho respirato la mia prima aria, ho passato gli anni dell’infanzia per metà di qua e per metà di là dalle Alpi, ho vissuto davvero in una collina fra Treviso e Belluno solo per gli anni delle scuole, e cioè a conti fatti, oramai meno della metà della mia vita perché poi a diciannove anni mi sono trasferita in Emilia, dove sto ancora. Eppure se me lo chiedono io sono, mi sento e mi dichiaro veneta, tanto che nei miei pensieri casa mia è lì, in Veneto, come se dopo diciassette anni io qui, in Emilia, fossi ancora in transito. Probabilmente l’appartenenza a una terra si succhia insieme al latte materno, e quello era trevigiano Docg. Forse è così per tutti, o forse è proprio il veneto la terra da cui si fa fatica a cavar via le radici.

Una cosa è certa: da veneta che ha deciso di vivere altrove, e che alla gente di lì appare ormai come una foresta, quella terra la si ama sì, ma la si odia anche, la si trova struggente e devastata,  volgare e sublime, invincibile e abbattuta, la si guarda come si potrebbe guardare una bestia ignorante ma tenera, la si trova bellissima nelle montagne seppur scavate e disboscate, e orribile nella pianura deturpata dai capannoni di cui tanto parla Maino, a ragione, tanto più adesso che alcuni di quei capannoni sono le tombe della bella vita che per alcuni fu e non è più.

Perché l’abitante della Marca è tipicamente uno che sgobba sempre, che dichiara orgogliosamente che per quaranta anni ha lavorato tutti i giorni anche con la febbre alta, che si vanta se operaio di non essere mancato mai un giorno in fabbrica, che lavora giorno e notte se è contadino o imprenditore, che si danna l’anima per farsi una bella casa e mettere via il proprio personale tesoretto. Vite che a secondo del punto di vista possono sembrare solo semplici oppure solo misere. Vite che, se manca il lavoro, sono perdute.

Ma sono belle, credetemi, le colline inghirlandate di viti in ogni metro di terreno disponibile, che a vederle dall’alto sembrano treccine di una capigliatura esotica, a noi che gli esotici non sono mai piaciuti e che crediamo che una crocetta su una scheda dove c’è scritto Lega Nord possa bastare a tenere gli altri al di là del Piave o del Po, quelli che non hanno come lingua madre il dialetto, quelli che non si sono buttati con lo slittino giù per le rive delle stradine ghiacciate in Gennaio, quelli che non hanno la religione dell’ ombra de rosso e dei quattro filari d’uva che non si negano a nessuno per farsi da sé il vino che serve, quelli che non si sono punti le mani per stanare le castagne dai ricci, quelli che non sanno che la polenta al mattino si mette anche nel latte. Sono belle quelle colline anche se c’è chi dice che a furia di piantare vigneti ci siamo mangiati il bosco e la terra cede, e probabilmente è vero. Sono belle quelle montagne, dal Cansiglio al Monte Grappa che ti si parano davanti quando apri gli scuri del mattino. Come è bello per molti il posto che si chiama “casa”.

Per tutti quelli che non sono dei paraggi chiarisco subito che Insaponata, il paese in cui vive l’io narrante di Cartongesso, non esiste. Non c’è nessun paese con questo nome nel basso Piave. E’ un’invenzione, simboleggia un luogo e un’atmosfera, un clima e un humus in cui almeno due generazioni di veneti tendono a rotolare, volenti o nolenti.

Ma in Maino e nel suo libro io ci sento soprattutto rancore, quel rancore sordo che si coltiva bene solo negli anni, se si sono passati a sapere che si sarebbe dovuti andare via, ma si è perso il momento buono per farlo, e oramai non si può più se non in fantasia, maledicendo quelle radici che proprio non ne volevano sapere di saltar via dal terreno quando era ora. E ci sento l’impotenza di chi si sente sempre fuori posto perché ancora non si è fatto una ragione che gli Assoluti a un certo punto diventano relativi.

Si può dire tutto di questo libro, ci si può arrabbiare con l’autore perché ci si sente punti nel vivo, si può pensare che non è vero niente di quello che dice, ma una cosa non credo si possa ignorare. E’ un esordio come non se ne leggevano da parecchio. Per 230 pagine Maino altro non fa che tessere una fitta invettiva, altro non fa che dare voce a un malessere tutt’altro che facile da digerire con una padronanza e una sicurezza nel condurre la propria penna da far invidia a chiunque tenti di tenerne in mano una. Chi ci ha provato sa quanto poco sia scontato reggere un ritmo del genere senza una vera trama a sostegno.

Insomma, come si dice, non è un libro da spiaggia e nemmeno da ninna nanna alla sera.

Dovessi proprio trovarci un difetto sono i 19,50 euro che ti chiede Einaudi per leggerlo.

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10 Risposte to “Cartongesso, di Francesco Maino”

  1. ammennicolidipensiero agosto 22, 2014 a 12:27 pm #

    che bella presentazione. metto in lista.
    (e sottoscrivo che, sì, sarebbe ora che einaudi cambiasse un pochino politica sui prezzi di vendita, ecchediamine).

  2. 'povna agosto 23, 2014 a 11:25 am #

    Molto incuriosita anche io, e concordo sul prezzo proibitivo, però. Per fortuna esistono le biblioteche!

  3. menteminima dicembre 31, 2014 a 4:49 pm #

    Mi è piaciuto il libro e mi è piaciuta la scrittura, il linguaggio. Mi è mancata una “storia”.
    Alcuni giorni fa ho incontrato Maino è un matto vero!

    • michela poser gennaio 1, 2015 a 4:06 pm #

      Ah si? Io ho solo visto le foto in internet e mi chiedevo in effetti che tipo fosse uno che scrive in quella maniera!

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