Archivio | novembre, 2014

Pattumare il patteggiamento

28 Nov

C’è qualcosa che non va nel nostro sistema giudiziario. Ne sono certa, altrimenti non sarebbe possibile che dei delinquenti, alcuni pure recidivi, se la siano cavata con il patteggiamento e dei risarcimenti che mi viene da ridere, per l’affare Expo.

Ho letto definizione e descrizione del termine patteggiamento sulla Treccani e ho scoperto che si tratta di un accordo fra accusa e difesa che

  • prevede la riduzione della pena in cambio dell’ammissione di colpevolezza;
  • è facoltà del giudice per le indagini preliminari accettare o meno la proposta d’accordo.

Voglio intanto dire che riterrei cosa buona e giusta escludere dall’ambito del patteggiamento reati che recano danno a una collettività intera. Continua a leggere

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Se ti comporti da puttanella, poi minimo minimo che ti stuprano

27 Nov

Perché se invece ti vesti come una suora, bevi limonata con le amiche al mercoledì pomeriggio, quando vi trovate per ricamare le lenzuola, e non esci di casa, vedrai che non ti succede.

 

 

 

di oppio dei popoli e d’altre storie

19 Nov

Quanto ci piace Ammenicoli quando è arrabbiato!

ammennicolidipensiero

altan

Ora, potrà sembrare che in questi giorni io sia monotematico, a volermi incistare in questioni di scuola e laicità (già discusse qui e ritrovate qui) ma, come dire, “sono loro che mi provocano”.
Allora, passi il discorso su ora di religione ed assenza di alternative con il quale ci si deve inevitabilmente confrontare; non saprei però in quale altro modo definire se non “provocazione” (un altro modo l’avrei, per la verità: ho i coglioni che girano a mille) la presenza di un non meglio precisato individuo che, dotato di microfono e casse di amplificazione, attendeva sul piazzale davanti all’ingresso della scuola, in questo Primo-Giorno-D’Avvento-Del-Santissimo-E-sempre-sia-santificato-Natale-Di-Vostro-Signore-Gesù-Cristo-Figlio-D’Iddio, i bambini della medesima scuola pubblica (pubblica, ripeto; pubblica, e in quanto tale: laica, aconfessionale, non cattolica) per decantare con gioia l’inizio del periodo d’avvento in questione, con tanto di favoletta moralistica nella quale spiccavano immancabili buoi ed asinelli nonché animali persi in richieste assurde (assurde, eh, come…

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Discutibili direttori di testate giornalistiche

18 Nov

Invito tutti a leggere la bella intervista rilasciata da Francesca Rivieri sul tema del linguaggio e della differenza di genere.

Lo so: il titolo scelto è quanto meno vaneggiante poiché nulla all’interno dell’intervista lo giustifica minimamente. L’arcano è svelato con il commento in calce del nientepopodimenoche direttore della testata che colto da brividi di repulsione di fronte alla pacatezza nonché alla logica, nonché al buonsenso, non ci ha proprio visto più. E quindi s’è messo alla tastiera e ha pestato di brutto sulla qwerty del proprio disappunto.

Riporto l’illustre commento (purtroppo non è possibile lasciare un commento sotto l’articolo) perché vale la pena di essere citato come esempio pressoché perfetto di misoginia e razzismo:

Commento di Aldo Grandi: Pubblichiamo questa intervista perché, a differenza di tanti che darebbero voce solo a chi la pensa come loro, noi crediamo che tutti abbiano il diritto di dire la propria. Così come esiste il diritto di dissentire. La dottoressa Rivieri vorrebbe trasformare la società indipendentemente da quelli che sono i suoi protagonisti, vorrebbe cambiare le regole del gioco senza capire che quello che viviamo quotidianamente è tutt’altro che un gioco. Siamo tutti d’accordo sul fatto che chi usa violenza non solo verso la donna, ma verso tutti coloro che sono diversi, debba essere punito in maniera esemplare e non, ad avviso di chi scrive, con la semplice detenzione in carcere. Ma l’omicidio di una donna è pur sempre un omicidio e l’assassino, a nostro avviso, meriterebbe solo una cosa: la pena di morte. Così non è, ma non è cambiando vocabolario o imponendo a colpi di decreti l’uso di parole diverse e lontane anni luce dalla nostra storia e dalla nostra lingua oltreché da usi e consuetidini, che si ottiene maggiore rispetto per l’universo femminile. 

Invece di guardare solo in casa nostra, forse la dottoressa Rivieri farebbe bene a guardare anche in casa d’altri e nella casa degli altri che sta in casa nostra: 150 mila musulmani sono sbarcati nelle nostre regioni e non mi risulta che lei o altre paladine dei diritti della donna si siano sbracciate per protestare contro chi, la donna, considera poco meno che una pertinenza. E lei, adesso, pretende di venire ad insegnare a noi come si fa informazione corretta, addirittura organizzando corsi? Ma lasci perdere e lasci, soprattutto, fare il mestiere di giornalista a chi ha gli attributi per metterci sempre la faccia, davanti all’arroganza del potere, destra o sinistra non importa, davanti all’idiozia e all’inezia di chi vorrebbe governarci e non ne ha nemmeno la capacità. 

Siamo stanchi di sentirci definire maschilisti solo e soltanto perché riteniamo che uomo e donna siano due esseri diversi tra loro che cercano di incontrarsi e si innamorano, fortunatamente e fino a quando la vita avrà un senso e una ragione. Se qualcuno usa violenza a una donna, ebbene, che lo si punisca in maniera determinata e determinante, lasciando da parte i discorsi da aula universitaria e badando più alla concretezza. Chi scrive non ritiene di dover frequentare alcun corso per imparare a fare informazione corretta usando i vocaboli che voi e tutti quelli che si inventano carte o cartine, vorrebbero imporre a chi, questo mestiere, se lo è guadagnato e sudato, mangiando pane e merda negli anni in cui non aveva alternative e in un’epoca in cui il pensiero dilagante è colorato di rosso. 

Quanto alla parità tra uomo e donna, forse la dottoressa Rivieri desiderebbe recarsi nei paesi del Nord Europa, a suo avviso più liberi del nostro, ma vorrei ricordarle, tanto per parlare di violenza e comunicazione, che a Amburgo come ad Amsterdam come a Copenaghen e via dicendo, le donne vengono sbattute, con il loro consenso, dietro una vetrina a fare le prostitute, ma nessuno si è mai sognato di contestare questi paesi definendoli maschilisti. Forse sarà il caso, glielo dico provocatoriamente, che anche da noi si arrivi a costruire i famosi quartieri del sesso a pagamento? 

 

 

Le parole difficili

11 Nov

Edgar Alan Poe, nelle prime pagine di “Ligeia”, dopo aver parlato della di lei bellezza perfetta, tenta di descriverne gli occhi con queste parole: “La ‘stranezza’ che trovavo negli occhi, era tuttavia di natura estranea al colore o allo splendore della forma e riguardava in sostanza l‘espressione”. Poi apre una delle parentesi per le quali adoro Poe, e continua (a proposito della parola espressione): “Parola senza senso! Dietro questa che è in larga misura un mero suono, noi nascondiamo la nostra ignoranza di tutto ciò che è spirituale”.

Succede a chi ha familiarità con la scrittura di provare frustrazione. Non serve ritenersi scrittori o scrittrici per trovarsi a considerare quanto le parole siano in realtà insufficienti a descrivere le cose come noi vorremmo, ovvero con quella sorta di evidenza scientifica che noi, per noi, siamo cert* abbiano. E’ cosa nota che il trasferimento dal pensiero al foglio, non è mai come lo avevamo immaginato, anzi alcune volte ci assomiglia così poco che lo straniamento che ne deriva è tale da indurci a stracciare tutto e cestinare in tanti piccoli pezzettini, sia mai che qualche appassionato di puzzle lo ricostruisca e ce lo sottoponga di nuovo sotto agli occhi. Frustrazione che deriva dal fatto che mentre cerchiamo di descrivere, non dico uno stato d’animo, ma il vaso di fiori che ci sta davanti, le parole, quelle giuste, quelle che donerebbero immediata comprensione a chiunque che parliamo di questo vaso e non di un altro,  quelle che eravamo sicur* di avere in mente, spariscono e al loro posto se ne presentano altre, talmente generiche che ci potresti descrivere la carrozzeria della macchina come il portello lucido dei mobili della cucina della nonna.   Continua a leggere

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