Le parole difficili

11 Nov

Edgar Alan Poe, nelle prime pagine di “Ligeia”, dopo aver parlato della di lei bellezza perfetta, tenta di descriverne gli occhi con queste parole: “La ‘stranezza’ che trovavo negli occhi, era tuttavia di natura estranea al colore o allo splendore della forma e riguardava in sostanza l‘espressione”. Poi apre una delle parentesi per le quali adoro Poe, e continua (a proposito della parola espressione): “Parola senza senso! Dietro questa che è in larga misura un mero suono, noi nascondiamo la nostra ignoranza di tutto ciò che è spirituale”.

Succede a chi ha familiarità con la scrittura di provare frustrazione. Non serve ritenersi scrittori o scrittrici per trovarsi a considerare quanto le parole siano in realtà insufficienti a descrivere le cose come noi vorremmo, ovvero con quella sorta di evidenza scientifica che noi, per noi, siamo cert* abbiano. E’ cosa nota che il trasferimento dal pensiero al foglio, non è mai come lo avevamo immaginato, anzi alcune volte ci assomiglia così poco che lo straniamento che ne deriva è tale da indurci a stracciare tutto e cestinare in tanti piccoli pezzettini, sia mai che qualche appassionato di puzzle lo ricostruisca e ce lo sottoponga di nuovo sotto agli occhi. Frustrazione che deriva dal fatto che mentre cerchiamo di descrivere, non dico uno stato d’animo, ma il vaso di fiori che ci sta davanti, le parole, quelle giuste, quelle che donerebbero immediata comprensione a chiunque che parliamo di questo vaso e non di un altro,  quelle che eravamo sicur* di avere in mente, spariscono e al loro posto se ne presentano altre, talmente generiche che ci potresti descrivere la carrozzeria della macchina come il portello lucido dei mobili della cucina della nonna.  

E’ la frustrazione che fa sbottare Poe. Espressione. Che parola è? Cosa significa? Si riferisce alla forma degli occhi, alla combinazione della forma con i muscoli del resto della faccia, ha a che fare con il modo che Ligeia ha di muoverli nell’interazione con gli oggetti e le persone? E che cosa esprimono di lei e del suo essere? Ci si potrebbe scrivere un romanzo per sviscerare e enucleare ciò che dà espressione a ‘sti benedetti occhi di Ligeia.

Oppure si potrebbero inventare delle parole nuove, come fa  John Koenig, alle quali dare il significato di esperienze talmente particolari da non avere un vocabolo appropriato. Escamotage che, per quanto gustoso e dotato di una sua bellezza, lungi dal mettere una toppa alla questione, rende ancora più evidente quanto le parole siano difficili, scontrose e scorbutiche e non ti vengano mai incontro.

Il sogno di ogni artigian* della parola (ossia il mio sogno) sarebbe quello di trovare un modo di scrivere che faccia fluide le parole e con ciò renderle in grado di seguire il mutevole corso delle cose, o al contrario possedere una struttura mentale e sintattica in grado di eternizzare un presente e renderlo archetipo, quello che ci hanno insegnato a riconoscere come classico, in attesa di una nuova avanguardia delle parole che ci insegni altri concetti.

Ma anche in questo caso si insinua un dubbio più radicale che chiede se davvero le parole, scritte o parlate, abbiano una qualche speranza di comunicare alcunché a un’altra persona, o se ognuno parla la propria lingua fatta delle proprie interpretazioni e delle proprie sfumature. Dubbio che, negli anni che furono, ho trovato esposto ne “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” e che da allora non mi ha più lasciato (il dubbio, non il libro). Quante volte parliamo con qualcuno, usando la stessa lingua, ma non ci capiamo?

Chissà se sarà mai possibile trasferire il linguaggio della matematica dei profeti alla fiction eterea delle parole di carta.

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2 Risposte to “Le parole difficili”

  1. Giorgeliot novembre 13, 2014 a 5:50 pm #

    (perdonami, ma mi è scattato il momento ‘editor’, volgarmente detto GrammarNazi: è aLLan Poe, non Alan :P)

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