Parigi non val bene una messa.

14 Nov

Il mio più pressante impulso ora sarebbe quello di andare di corsa a Parigi per unirmi a quelle persone che nonostante la paura non rinunciano alla loro libertà di movimento e al loro sacrosanto diritto di abitare gli spazi pubblici. Da ieri sera ho vissuto e vivo una serie contraddittoria e composita di emozioni e pensieri. L’angoscia del calcolato macello dentro al Bataclan, il vago sollievo alla fine del blitz, lo sgomento di fronte alla impossibilità di prevedere una qualsiasi azione terrorista, l’ansia che la mattanza non fosse ancora finita, il senso di vulnerabilità di una semplice cittadina occidentale che assiste allo spettacolo televisivo della cronaca del terrore. E poi l’orgoglio di essere nata e cresciuta in stati democratici e laici, il senso di appartenenza a un sistema di valori civili che mi paiono sempre più irrinunciabili, la commozione di fronte alle reazione delle persone che cantano la marsigliese fuori dallo stadio o offrono la loro casa a chi cerca riparo. La rabbia e il rifiuto violento contro i terroristi, per cui non posso negare che stamattina, in giro per Bologna, non potevo non guardare con sospetto e forse anche con astio tutti gli arabi che ho incontrato, non posso negare di aver pensato che la nostra cultura è superiore, che siamo noi dalla parte del giusto e che loro sono barbari, tutti indistintamente. Non posso negare di aver pensato che devono tornare tutti a casa loro, che dobbiamo chiudere le frontiere e tanti saluti all’integrazione, che con chiunque di loro in fondo non si ragiona. Reazioni immediate di fronte all’impressione di vedere un’azione di guerra in una città in cui non si vive come in guerra, in cui non c’è il coprifuoco, in cui non gira l’esercito armato, in cui non ci sono trincee, in cui le normali libertà a cui siamo abituat* non sono sospese, perciò un’azione del genere è fuori contesto, non sembra possibile, è il copione sbagliato. Poi ho pensato se avessi un figlio o una figlia e mi chiedesse che cosa è successo, mi dovesse chiedere conto del perché. Come glielo spiegherei? Che sono uomini vigliacchi che uccidono gente innocente? Come se non fosse ugualmente vigliacco sganciare bombe da un drone o da un caccia? Come se non fosse ugualmente vigliacco e ipocrita condurre una guerra spacciandola per una operazione che porta in giro la Democrazia? Perché se è pur vero che a Parigi la guerra non c’è, la Francia è in guerra altrove e come lei l’Europa e l’Occidente tutto. Quanti civili sono morti in tutti questi anni ad opera degli “Alleati”? Possiamo stupirci se ora ci torna indietro?

Ovunque oggi tutti pregano per Parigi.

Ma non è una guerra di religione, la religione è solo la calamita verso cui precipitano carni da macello che è funzionale spingere dentro al mattatoio per loro stessa volontà. Carne da macello che siano kamikaze o soldati di un esercito regolare, corpi che sussumono e inglobano le spinte culturali, economiche, politiche e psichiche contrapposte, corpi che si immolano, da una parte e dell’altra, al martirio e alla gloria eroica di difendere un supposto ordine superiore delle cose.

E ora siamo sicur* che la riposta migliore sia un’azione di guerra in Siria, siamo sicuri di voler dare l’occasione d’oro di dichiarare una Guerra Santa senza quartiere e confine alcuno? E di combattere poi la quarta guerra mondiale con le pietre, come diceva Einstein?

Nessuno lo vuole, e sono sicura che se dovesse accadere le bacheche di tutti i social si riempirebbero di “Not in my name”. Non nel mio nome. Come non nel mio nome siamo andati a bombardare il bombardabile quando ci conveniva. Ma si sa, ovunque e sempre, le decisioni prese a chissà che livelli, le pagano sempre coloro che quelle decisioni le subiscono.

Perciò Parigi non vale nessuna messa e nessuna preghiera ma vale per il più alto valore che simboleggia, a torto o a ragione, nella mente di tutti noi occidentali, ovvero la libertà.

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