La verità è che si ha posto per molti rapporti umani

22 Apr

“E Vita viene a pranzo domani, e la cosa sarà un grande divertimento e un grande piacere. Mi diverte la mia relazione con lei: interrotta quando era così ardente in gennaio e ora cosa? (…) Mi piacciono anche la sua presenza e la sua bellezza. Sono innamorata di lei? E cos’è l’amore? Che lei sia ‘innamorata’ di me mi eccita e mi lusinga; mi interessa” scriveva Virginia Woolf nel suo diario il 20 maggio 1926.

Che delizia le lettere che Virginia Woolf e Vita Sackville-West si sono scritte!,  e per fortuna che all’epoca non c’erano serie televisive su cui passare interi fine settimana a consumarsi gli occhi, la play station , gli smartphone, whatsapp, sms, messenger, mail, altrimenti non  sarebbero mai state lettere così belle, intense, curate. Inutile dire che la concentrazione e la propensione d’animo che occorre per mettersi allo scrittoio e impiegare tutto il tempo che serve per scegliere cosa dire e come dirlo, non è nemmeno vagamente paragonabile alla sciatteria con cui si inviano sciocchezze a tutte le ore a chiunque.

Che cos’è l’amore, dunque.

Ce lo saremmo chiest* tutt* almeno una volta nella vita.

Scommetterei che c’è una risposta, o meglio, una divagazione sul tema per ogni situazione in cui qualcosa o qualcuno ci attrae.  Non a caso è una domanda che ci si fa quando si è talmente sorpresi del proprio sentire che occorre rivisitare il placido scorrere della vita quotidiana e con essa i suoi fermi contenuti.

Entrambe donne sposate, Vita e Virginia. La prima con Harold Nicolson, dal quale ebbe due figli. Matrimonio che potremmo definire di copertura dato che Vita mai fece mistero della sua propensione per le donne e Harold per gli uomini, sebbene il loro rapporto risulti piuttosto complesso, composto da qualche gelosia e da profonde complicità.

Virginia sposata con Leonard Woolf, da cui non ebbe nessun erede dato che era stata piuttosto chiara circa il suo disinteresse verso l’amore fisico, sebbene amasse Leonard sinceramente (in merito la sua lettera daddio non lascia adito a nessun dubbio). Uomo dotato della sensibilità adatta alle fragilità emotive di lei e premuroso al punto di mettere il suo benessere e la sua salute fisica, morale e psichica sopra a ogni altra cosa (motivo per cui accetterà la di lei relazione con Vita).

La sorpresa del proprio sentire, dicevamo. Nei diari di Virginia va detto che non c’è alcuno scandalo dell’anima in merito al fatto di subire il fascino di Vita, né per il fatto che fosse una donna, né per il fatto che avesse dieci anni di meno e fosse energica e luminosa, come la definisce più volte. D’altra parte l’Inghilterra aveva una certa tradizione in fatto di amicizie romantiche, un particolare tipo di relazione sentimentale fra donne socialmente accettata (almeno fino agli anni ’20 quando psicologia e medicina cominciarono a parlare di rapporti omosessuali come di una patologia, aggiungo io).

Dunque pochi cenni nel diario, il fatto è semplicemente registrato. Se fosse così perché Virginia concepiva il diario come luogo di annotazione di fatti o se fosse perché Leonard poteva leggerlo, non saprei. Ma se Virginia fossi io, riserverei alle lettere all’amata l’espressione dei miei sentimenti. Nel diario, casomai, potrei scrivere cose che non potrei dirle così drittamente, come fa Virginia quando confida alle sue pagine “Non è intelligente, ma generosa e feconda; e anche sincera”.

Prima che la loro relazione virasse, nel Dicembre 1925,  verso rive più carnali, c’è spazio sia per alcune audacie (“Ho in mente una visione di te assolutamente romantica e senza dubbio falsa – pesti i luppoli in un grande tino nel Kent, completamente nuda, bruna come un satiro, e bellissima”, lettera di Virginia a Vita del 24 agosto 1925) e per qualche scaramuccia amorosa (“Oh scandalosa canaglia! Venire così vicino a questa casa e andare via! Quando la cuoca è salita da me con la tua lettera, i tuoi fiori  e il tuo giardino, raccontando che una signora aveva fermato un ragazzino in paese e glieli aveva consegnati, ero così furibonda che quasi ti inseguivo in vestaglia!” lettera del 15 settembre 1925). Nel Novembre del 1927 Virginia registra che “Vita è stata qui due volte, è condannata a andare in Persia (il marito aveva intrapreso la carriera diplomatica)e ne sono così contrariata che ne concludo che mi piace molto”. E come capita in certi tipi di  liaison ai suoi esordi, l’umore di Virginia è condizionato dai comportamenti di Vita: “Dovrei essere di buon umore (…) in parte è quel diavolo di Vita. Nessuna lettera. Nessuna visita. Nessun invito a Long Barn”, annota nel diario il 7 dicembre 1925.

Ma sarà proprio un paio di settimane più tardi che Virginia passerà tre giorni e tre notti con Vita, nella sua residenza, occasione nella quale daranno il via alla relazione amorosa.

“Per tre giorni a Long Barn (…) Queste lesbiche amano le donne; la loro amicizia non è mai scevra da elementi amorosi (…). Mi piace Vita. Mi piace essere con lei, e mi piace la sua opulenza- risplende con lo scintillio di una luminaria , piantata su quei trampoli di gambe alti come betulle, luminosamente rosata, un grappolo d’uva, ricoperta di perle (…)”.

Di lì in poi, per qualche tempo, è tutta una dichiarazione e una ricerca di rassicurazioni reciproche. Virginia le scrive che le manca e Vita le risponde che  “Come brace calda nel mo cuore, brucia il tuo dire che ti manco”e rilancia con un  “Desidero ardentemente vederti. Un giorno ti scriverò per dirti tutto quello che sei per me, dentro di me”, o ancora, mentre viaggia verso la Persia: “Sono ridotta a una cosa che desidera Virginia (…) Mi manchi e basta, in un modo molto semplice disperato e umano. E’ incredibile quanto sei diventata essenziale per me. Suppongo tu sia abituata a sentirti dire cose del genere. Maledetta te” (lettera del 21 gennaio 1926).

Per più di un anno è Vita la più ardimentosa, mentre è nella sua assenza per il secondo viaggio in Persia che la Woolf le scrive: “Per qualche ragione mi sento dispersiva e disorientata, c’è il fatto che tu sei via: sono in balia della gente, degli umori, mi sento sola, una povera cosa che non sa manifestare i suoi bisogni. Come mi hai sconvolta. Una volta ero una donna forte e equilibrata” (31 gennaio 1927) e ancora: “E’ sempre peggio che tu sia via. Tutti i sonniferi e gli irritanti hanno smesso di fare effetto, e io mi sto rassegnando a desiderarti ostinatamente, disperatamente, fedelmente – spero ti faccia piacere. Per me è maledettamente spiacevole, te lo assicuro. Avevo la presunzione di imbrogliare il diavolo, mettere la testa sotto l’ala e non pensare a niente. Ma non funziona -affatto”. (5 febbraio 1927)

La relazione amorosa non esaurisce il rapporto fra le due, che sono entrambe scrittrici e capaci di darsi l’una con l’altra potenti stimoli. Intellettuali per Vita, immaginifici e sensuali per Virginia. Non credo sia un caso se è in questo periodo che visse il suo periodo creativo più fecondo, scrivendo “Mrs Dalloway”, “Gita al faro”, “The Common Reader”, “Una stanza tutta per sé” e infine “Le Onde”.

Ma soprattutto “Orlando”, che il figlio di Vita ebbe a definire come la più lunga lettera d’amore mai scritta. Il sottotitolo di Orlando è “Una biografia”, precisamente la biografia romanzata di Vita, rappresentata come un essere a volte uomo a volte donna che passa attraverso il tempo e lo spazio e che Virginia descrive (9 Ottobre 1927), per avere il consenso da lei a iniziare a scrivere, così: “Ma sta a sentire; supponi che Orlando si riveli essere Vita; e che sia tutto su di te e sulla sensualità della tua carne e sulle lusinghe della tua mente (cuore non ne hai tu che corteggi la Campbell per i vialetti)!”. Vita si dice deliziata dall’idea e commenta: “Ma come avevo ragione ad impormi a te a Richmond (riferendosi al gennaio del 1923 cui risale il loro primo incontro) e preparare così la miccia per l’esplosione del divano qui nella mia stanza dove ti sei comportata così disdicevolmente e mi hai acquistata per sempre. Acquistata, ecco cosa hai fatto con me, come comprare un cucciolo in un negozio e portarlo via al guinzaglio. Trotterello ancora dietro di te, ancora al guinzaglio.”  (11 Ottobre 1927).

Vita si rende lucidamente conto dell’influenza che ha Virginia su di lei e glielo scrive il 29 Gennaio del 1927: “Sì, mia carissima Virginia, ero a un bivio quando ti ho incontrata la prima volta: scrivere cattivi romanzi o buona poesia (…) E’ proprio vero che tu hai avuto su di me un’influenza intellettuale maggiore di chiunque altro, e anche solo per questo ti amo”.

I rapporti si fanno meno impetuosi a partire dal 1929. In parte perché Virginia si rende conto di quanto potrebbe essere precaria la loro relazione: “Ma non lo capisci, somara di una West, che prima o poi ti stuferai di me (sono tanto più vecchia di te) e che devo prendere le mie piccole precauzioni. Senonché la somara West sa di aver abbattuto più difese di chiunque altro” e “…Non mi è mai successo che ti abbia lasciata senza pensare: ecco è l’ultima volta. Poiché sono sempre sicura che sparirai, tempo una settimana sarai con un’altra poiché tutto il nostro rapporto è segnato da questa mia malinconia”, suffragata in questo dalle relazioni che Vita intraprese prima con Mary Campbell e con Hilde Matheson poi, che pure tentò di nascondere a Virginia senza molto successo. Dal canto suo Virginia cerca di non dare troppo peso a questo genere di cose,  ma nel diario non può esimersi dal dire: “Di che m’importa? Fino a che punto mi importa? Farò scintille e la accuserò e vedrò di andare a fondo (5 agosto 1929)(…). Un fatto fra gli altri è che queste Hilde sono un caso cronico; siccome questa non vuol togliersi di torno e non ha altri legami, potrebbe essere permanente (…). Un tratto bizzarro di Vita – questa sua passione per la piccola borghesia seria e intellettuale per quanto grigia e deprimente sia”. L’episodio viene rivangato ancora anni dopo, in una lettera del 1932, a testimonianza di quanto Virginia avesse accusato il colpo: “Ero in preda a una tale rabbiosa gelosia , l’altra sera, al pensiero che eri innamorata di Hilda, l’estate che siete andate insieme sulle Alpi. (…) Avete compiuto l’atto sotto le dolomiti? Perché dovrei prendermela per questo, ora che è tutto passato, non so. Ma me la prendo”.

Si può dire che a questo punto il segmento passionale della relazione si va smorzando, ma continua quello affettivo, affettuoso e comunque romantico. Vita a partire dal 1932 si trasferirà a Sissinghurst, una splendida tenuta a parecchi chilometri dalla casa dei Woolf. La distanza impedisce alle due una assidua frequentazione, ma non impedisce il continuo flusso di tenerezze poiché come sottolinea Virginia  (lettera del 15 novembre 1937): “Solo perché tu hai deciso di stare nel fango del Kent e io sul lastrico di Londra non è una ragione perché l’amore si dissolva, no?”. E rinnova la profondità del legame nelle occasione in cui stanno insieme: “Cosa si può dire se non che ti amo e che devo passare tutta questa strana e tranquilla serata a pensare a te, seduta là da sola. Mi hai dato tanta felicità…” (lettera di Virginia a Vita del 30 agosto 1940). “Tesoro grazie per le mie ore felici con te. Sei per me più di quanto saprai mai” (lettera del 10 ottobre 1940 di Vita a Virginia). Pochi mesi dopo, il 28 marzo 1941, Virginia tormentata dal pensiero della precarietà della vita, in corso la seconda guerra mondiale, e sentendo arrivare un’altra delle sue crisi mentali e psichiche che la costringeva a letto in uno stato depressivo per settimane, si suiciderà consegnandosi alle placide acque del fiume Uose.

Vita continuerà a condurre l’esistenza che si era scelta, sempre più ritirata dalla vita mondana continuando a scrivere e a occuparsi del suo guardino, quel giardino che ancora oggi è considerato fra i più belli di Inghilterra e che attrae numerosi visitatori.

Ma la ferita ricevuta deve essere stata profonda, si inabissa in lei senza lasciarla mai. Molti anni dopo, in una lettera al marito,  Vita scrive: “Insisto a credere che avrei potuto salvarla se solo fossi stata sul posto e avessi saputo lo stato mentale in cui stava affondando”, continuando così dentro di sé quella “relazione focosa, lodevole, io credo, innocente (spiritualmente) dove tutto è guadagno(…). La verità è che si ha posto per molti rapporti umani”  (diario di Virginia del  23 novembre 1926).

 

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