Post Orgasmic Chill

12 Mag

Non saprei come tradurlo esattamente, ma direi che è quella calma inane che segue un gran eccitamento, o, per dirla in maniera più poetica, la quiete dopo la tempesta. E’ quello che ho provato quando ieri ho aperto la Repubblica on line e ho scoperto che non erano nemmeno le quattro e la fiducia era già stata votata. Significava che il ddl Cirinnà sarebbe diventato legge di lì a poco.

Ebbene non ho sentito niente muoversi nei miei pensieri. Ho appreso la notizia con lo stesso interesse e entusiasmo con cui si apprendono le previsioni del tempo in Novembre: l’estate è un ricordo, i colori d’incendio d’autunno svaporano nelle umide nebbie, ma non è ancora inverno e tanto meno c’è la neve.

Niente di cui mi debba stupire, non ho mai avuto reazione emotive immediate di fronte a nulla. Assorbo il bello e il brutto con una apparente invidiabile calma olimpica. Dopodiché è questione di tempo, a seconda del fatto: ci può volere qualche ora, qualche giorno, qualche mese, in certi casi anche anni, ma prima o poi esce quello che deve uscire.

Così alla sera, dopo le effusioni di benvenuto canino e il bacio alla fidanzata che già trafficava in cucina (per le cagnette, naturalmente, che loro devono mangiare sano, loro), ho iniziato a sentire che ero contenta.

Non lo ero all’indomani della fiducia al Senato un paio di mesi fa. Tutta quella massa sconcertante di discorsi allucinanti che mi hanno consentito di sbirciare, una volta in più, dentro agli orridi in cui pascolano certe menti perverse, mi avevano non solo infastidita, ma anche, lo ammetto, ferita. Ma non direttamente, quanto per immedesimazione con tutt* quell* la cui sensibilità ancora non aveva fatto la scorza che a me è venuta in anni di attivismo nelle associazioni e in anni di discorsi sempre uguali (è una devianza, è una malattia, l’eclissi di dio, è contronatura, è sbagliato, è peccato, devi fare una vita di castità, dio ti perdonerà, è una perversione, non sono diritti sono desideri egoistici, c’è ben altro a cui pensare, si può curare, bisognerebbe darvi fuoco, facevano bene i nazisti, siete dei trafficanti di vite umane, è una bestialità, il genere umano si estinguerebbe, è uno scherzo della natura, siete tutti pedofili). Discorsi che sono entrati, implicitamente e esplicitamente, al Senato. Visioni che sono state portate dentro ai luoghi simbolo dello Stato e chissà che effetto devono aver fatto a un adolescente che li sentiva magari per la prima volta. A margine però ero costretta a annotare dentro di me che la legge, la sua sostanza, era buona, fatta la tara delle scemenze ipocrite tipo l’obbligo di fedeltà e fantasiose perifrasi per evitare di dire “matrimonio”.

Non ero molto contenta, allora, no. Anzi ero parecchio disgustata, perché mi pareva di vedersi profilare un nuovo fallimento dovuto ai tatticismi politici (che comunque ci è costata la stepchild adoption, ma sono sicura che con la Cirinnà in vigore solo un tribunale dei minori fatto di pazzi potrebbe non riconoscerla. Detto questo è ovvio che è un gap che va colmato una volta per tutte, e io non sarò del tutto contenta fino a quando non otterremo tutto).

Invece ieri sera ho iniziato a essere contenta. E ho iniziato a pensare che quella quiete che avevo sentito dentro nel pomeriggio, era la consapevolezza che dopo 16 anni, per quanto mi riguarda, di pride, dibattiti, incontri, iniziative, articoli, prese di posizioni, e chi più ne ha più ne metta, la battaglia era stata vinta.

Una sensazione sconcertante, d’improvviso non hai più un avversario ideologico e istituzionale contro cui batterti, d’improvviso le tue energie non trovano davanti a loro la consueta resistenza.

E possono allora diventare energie contente.

Ho iniziato a guardare i social, i commenti, le fotografie, le immagini e ho sentito che era un momento importante davvero. Ho pensato alla fatica che dovremo fare tutt* un po’ meno a essere ciò che siamo, ho pensato al fatto che finalmente, finalmente, finalmente, siamo un po’ tutt* più uguali e che ora la strada pare essere in discesa sul serio. Ho pensato a quanto è importante essere liber* di scegliere se sposarci (perché questo è) oppure no. Ho pensato a quanto sia fondamentale per il benessere di tutt* vivere in uno Stato che finalmente, finalmente, finalmente, ti tutela, ti dà cittadinanza insieme agli altri. Ho pensato a me, al mio cammino, alle paure, alle incertezze, ai timori legati ai miei coming out, alle volte che non ho trovato il coraggio di farli condannandomi al silenzio, alla dissimulazione, all’ombra, alla frustrazione, al giudizio severo che dentro di me mi davo per essere  stata così vigliacca e a quante energie mentali mi è costata la conquistata visibilità da cui non tornerò mai più indietro. E ho pensato che forse piano piano, giorno dopo giorno, sarà un po’ più facile per tutt*. Perché sapere che lo Stato, le sue istituzioni, le sue leggi ti coprono le spalle, fa la differenza.

E poi ho sognato, stanotte, che festeggiavo con tutte le mie compagne di lotta e amiche e volavano coriandoli arcobaleno e si ballava e si rideva e si era felici e euforiche, si stappavano bottiglie e ovunque mi giravo erano sorrisi e tenevo per mano la mia compagna ed era un momento di empatia collettiva che mi scaldava il cuore.

Questo è quanto ha significato per me la frase più bella di tutte ieri: 11 maggio 2016, alle 19.44 la camera approva.

 

 

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