Popper, stai sereno.

5 Feb

Karl Popper è famoso in filosofia per parecchie cose, non ultimo l’aver individuato nel criterio della falsificabilità ciò che distingue la scienza da ciò che scienza non è. Semplificando brutalmente si può dire che ogni teoria è vera fino a prova contraria. Per altro un concetto del genere è anche ciò che garantisce il progresso, che ci ha permesso oggi di vivere meglio di un secolo fa, di soffrire di meno malattie, di sbarcare sulla luna, di collegare in tempo reale gran parte del pianeta. La teoria della gravità di Newton, ad esempio, è rimasta vera fino a quando Einstein non ha dimostrato che lo è solo come caso particolare di una teoria più generale. Se Einstein non avesse pensato che c’era qualcosa che non tornava nella teoria di Newton, il gps non esisterebbe (fatto del tutto trascurabile, in quanto a ricaduta tecnologica, rispetto alla bellezza di una teoria che tenta una spiegazione del mondo svelando cose invisibili agli occhi). Ma Popper ragionava e pensava e parlava in un contesto che alla ricerca della verità ancora ci teneva. Anzi di più, la ricerca della verità, nella scienza e nelle discipline che intendevano definirsi scientifiche, era ciò a cui tendere, un valore in sé, l’orizzonte teorico entro cui manovrare la propria sete di conoscenza, e spostare un po’ più in là il confine delle cose che ancora non si spiegano.

Ma oggi pare che non sia più così. Finalmente infatti qualcuno ha pensato di dare un nome a una delle pratiche umane più vecchie del mondo, ovvero  il “dare aria alla bocca”.

Bene, il dare aria alla bocca ora si chiama post-verità. Capito? Ora siamo tutti legittimati a farlo. Pubblichi sui social, sostieni in una discussione, sei convint* di  una evidente boiata pazzesca? Qualcuno ti fa notare che la cosa è una evidente boiata pazzesca? Ma chi se ne frega! Ti stai muovendo nell’epoca della post verità, dove non ha importanza se ciò che sostieni  è vero o falso. L’importante è in quanti ci credono. L’importante sono i “like” che ottieni, l’importante è che la boiata pazzesca soddisfi i tuoi più biechi pregiudizi, le tue pulsioni più cieche come la rabbia, l’odio, la voglia di gettare discredito, la sete di vendetta. Ora che la rete ha dato la democraticcisima possibilità a tutti di dare aria alla bocca, il fenomeno è diventato endemico. E le conseguenze non ancora del tutto decifrabili. Certo ragionandoci un po’ su alcune cose già si delineano. Pensiamo ad esempio al fatto che perfino alcune testate giornalistiche paiono fare un vanto di aver buttato in vacca la deontologia professionale, la verificabilità delle fonti, la precisione nel riportare un fatto. Non ci vorrà molto prima che l’onestà intellettuale diventi cosa obsoleta (già non gode di tante simpatie), noiosa e impresentabile nei salotti che contano. Perché la post-truth è tutta questione di performance, di spettacolo, di appeal in cui si può e si deve sostenere l’insostenibile pur di uscirne bravo bello e simpatico, o pur di provocare danni, gettare discredito, suscitare una reazione forte, talmente forte da poter legittimare qualsiasi cosa (leggi alla voce Trump e i suoi primi atti). Il discorso razionale, il solo che può trovare la via mediativa all’interno di società complesse e variamente composte quali sono le moderne società occidentali, avrà sempre meno fascino a fronte di leader politici che per un seggio o due aizzano contro questo o quello. Si fa leva sull’ignoranza di chi ascolta per propinare ogni genere di scemenza. Emblematico in Italia il furore becero contro la Boldrini: la stragrande maggioranza delle affermazioni a lei attribuite non sono vere, ma, per l’appunto, nell’epoca della post verità ciò non conta. Conta accanirsi contro di lei perché è una donna, perché è una donna di potere, perché non tace e non acconsente e soprattutto perché imperdonabilmente femminista. O contro gli immmigrati, colpevoli di ogni male esistente nel mondo. E che dire di tutt* quell* che credono che gli venga dato gratis un alloggio di lusso, duemila euro in contanti al mese e una mercedes col pieno fatto? E’ lecito quindi che la cosiddetta  “opinione pubblica” possa fare da tribunale morale quando il suo presupposto sta diventando ciò che distrugge ogni fondamento etico? Se le proposizioni verificabili, se i dati e i fatti passano in secondo piano cosa resta per formulare un’ipotesi, dare un giudizio, stabilire una certezza fattuale? La ferocia delle pulsioni umane camuffate da fatti statistici?  La costrizione della massa sopra al singolo individuo?  Quando dico che sono laureata in Filosofia, spesso la prima cosa che mi chiedono è a cosa serve la filosofia. In questo momento io dico che dovrebbe avere il preciso compito di circoscrivere gli ambiti del lecito e dell’illecito rispetto alla forza (o all’incubo, come dice il poeta) delle passioni. Dovrebbe avere il compito di una specie di Resistenza Intellettuale contro il flusso continuo di falsità, denunciarle tutte, sempre. Oggi la filosofia dovrebbe fare da argine all’arbitrio, non stancarsi di dire che la superficialità affosserà tutti i nostri progressi se non stiamo attent*, che la via della conoscenza non è né facile né attraente, perché occorre studiare, occorre ragionare, occorre affinare la sensibilità, ma è la sola che può ancora garantire una convivenza pacifica.

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