La metropoli e la vita dello spirito

8 Mag

A inizi del novecento George Simmel, considerato uno dei fondatori della moderna sociologia, scriveva a proposito dei cambiamenti delle percezioni di coloro che si trovavano a vivere nelle nascenti metropoli, come già erano Parigi o Londra. Una cosa l’aveva capita con chiarezza: la tendenza anestetizzante che la sovrabbondanza di stimoli avrebbe indotto nel cittadino, qui inteso come colui che vive in una città. Profetizzò che saremmo diventati tutti un po’ blasé, e credo di poter dire senza tema di essere smentita che la storia gli ha dato ampiamente ragione (Gli indifferenti di Moravia chiarisce, fra le altre cose, chi è il tipo blasé). Per lui la sovrabbondanza di stimoli era, per esempio, il traffico delle macchine, i movimenti di folle sui marciapiedi, i semafori e i loro segnali, gli incroci di persone, i locali di divertimento con i loro frastuoni e voci, e cose di questo genere. Chissà cosa avrebbe pensato della nostra attuale società, in cui la sovrabbondanza di stimoli è diventata lo sfondo scontato su cui surfare per svolgere una qualunque attività; cosa avrebbe pensato della nostra era, in cui corpi e menti vengono attraversati da un continuo fascio di impulsi e stimoli (anche se a vedere certuni c’è da credere che passino per lo più senza lasciare traccia, un po’ come fanno i neutrini con la crosta terrestre).

Questo bombardamento di notizie, molte delle quali false, e informazioni, molte delle quali da verificare, un effetto però ce l’ha: sta forgiando un tipo di cittadin*, inteso stavolta come soggetto politico. Un soggetto politico più disinteressato, meno attento, più superficiale, più frammentato, con sempre meno strumenti critici di discernimento del reale, diviso in comparti, in separazioni stagne fra le varie sfere della propria vita, senza che fra le stesse sia auspicabile un’unità di personalità, anzi! Meglio se l’identità è continuamente alienata fra un essere e un dover essere, eticamente schizofrenica riguardo a ciò che è più o meno opportuno in relazione alle insicurezze insufflate da un clima politico e sociale talmente incerto che è meglio non tentare mai un’alzata di testa. Un accomodamento continuo fra ciò che sarebbe giusto e ciò che è conveniente, con pochissimo coraggio per rinunciare a un pezzetto di comodità, a un’oncia di privilegio a favore di una equità maggiore per tutt*.

Lo sapevano già i latini: divide ut impera! E qui il mantenere separato si è spinto fino all’interno stesso delle persone che a casa sono in un modo, a lavoro in un altro, nel sociale in un altro ancora. Da un lato dunque lo sgretolamento dell’individuo, ma dall’altra la resistenza a questo tentativo invasivo che dà vita a correnti, fermenti, organizzazioni alternative, esperimenti sociali come forse mai si sono visti nella storia.

Un’era, per come la percepisco, filosoficamente in crisi e in conflitto con le strutture del potere, in pubblico come nel privato. In crisi perché sempre più individui sentono una frizione interna circa l’adeguatezza di queste strutture a reggere i cambiamenti e circa la loro legittimità e equità. Poiché il potere si è sempre espresso e riconosciuto con il verticalismo, sia esso militare, o familiare (il pater familias), o negli organigrammi aziendali (non un caso che le strutture aziendali abbiano questo ordine pseudo militare e l’ossequio per la gerarchia, se penso che già Pietro Verri nei suoi scritti sul liberismo non aveva tardato a individuare nel commercio ciò che avrebbe sostituito le guerre militari nella modernità). Verticismi che il pensiero femminista, postcoloniale e queer ha pian piano sgretolato, dicendo che il soggetto universale, quel maschio bianco eterosessuale che ha dominato, e funestato, la storia per secoli, non è universale manco per niente. La pluralità dei soggetti affianca e indebolisce, e sicuramente supererà il Pensiero Unico, con una auspicabile sintesi di hegeliana memoria, si spera la meno cruenta possibile,  anche se i presagi sono quelli che sono.  Sintesi che porterà, per forza, a un nuovo concetto di cittadinanza e anche a un concetto diverso di potere, in tutte le sue espressioni.

Il ruolo delle donne in questo è fondante, visto che, pur essendo numericamente di più su scala mondiale, siamo trattate ovunque come una specie di minoranza. Ho sempre pensato, e lo do come caposaldo del mio pensiero, che  se le donne si dessero la pena di prendere coscienza del significato della loro presenza al mondo, se cioè avessero chiaro che non devono imitare strutture di potere che non gli appartengono, che non sono tenute a sopportare di più e più a lungo degli uomini, che non sono tenute a offrirsi spontaneamente al sacrificio di sé, che devono imparare a abitare lo spazio pubblico e la parola pubblica per farne uno strumento  di cambiamento vero, la società e la cultura potrebbero cambiare con un ridotto tasso di violenza e esclusione. Se poi imparassimo tutte la solidarietà di genere, allora vinceremmo qualunque sfida.

Le strutture familiari già stanno cambiando, anche le relazioni fra indigeni e forestieri tentano faticosamente di andare oltre alla diffidenza, cambierà anche il potere e il suo significato. In senso orizzontale, espansivo, inclusivo, partecipativo.  Non vedo altre vie per accompagnare i cambiamenti che si profilano all’orizzonte senza scannarci tutti. Voi?

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