Energia morale e responsabilità

29 Mag

“La responsabilità penale è personale”, recita l’art. 27 della nostra Costituzione, stabilendo così che le responsabilità individuali non si possano trasmettere da un individuo a un altro, ma restano circoscritte a chi ha commesso il fatto.

Eticamente si può dire la stessa cosa?

Per fortuna la sfera dell’illecito e dell’immorale non si sovrappongono, e così alcuni comportamenti che possono essere ritenuti immorali, non sono anche illeciti. E’ ciò che permette la libertà di pensiero, di espressione, di conduzione della propria vita secondo principi propri (naturalmente tenendo sempre come faro nella notte la massima di Montesquieu per la quale la mia libertà finisce dove inizia la tua) anche quando questi non si conformano a una norma dominante.

In una puntata di Star Trek, il Doc, ovvero il Medico Olografico di Emergenza, si trova di fronte a un dilemma: deve decidere se sfruttare le conoscenze di un altro medico, Cler Moset, che le ha attenute sacrificando volutamente vite e trattando i pazienti come cavie allo scopo di ottenere un vaccino, oppure rifiutarle. Il risultato del suo operato è prezioso per il Doc che potrebbe salvare la vita a B’elanna Torres, la quale però rifiuta di avvalersi dell’operato e delle conoscenze di Crel Moset. Lui dal canto suo conduce la più classica delle difese secondo la quale il fine (ottenere il vaccino e ampliare i confini della scienza) giustifica i mezzi (sacrificio di un numero imprecisato di vite). Impossibile, per chi vede la puntata, non pensare alle sperimentazioni naziste dei campi di concentramento e alle sperimentazioni animali, in cui esseri dotati di sensibilità (cioè di un sistema nervoso che reagisce al dolore) subiscono ciò che altro non saprei come definire se non torture.

Secondo l’art. 27, Doc non ha colpe rispetto alle conoscenze che qualcun altro ha ottenuto in maniera disumana (e anche disaliena), perciò avrebbe potuto usarle senza nessun problema di legalità. Tralasciando l’happy end, il dilemma si trascina però intatto per quasi tutta la puntata. Perché c’è un fatto: i principi solo legali, o solo razionali-formali, diventano deboli senza il supporto di una adeguata energia morale.

I principi razionali, quando riguardano, cercando di sintetizzarli, dei comportamenti che implicano anche un giudizio morale, sono percepiti come principi impersonali, ai quali si contrappone invece un principio individuale e personale: la coscienza. O meglio, l’energia morale che si contrappone e quella che Hanna Arendt chiamò “banalità del male”. Al processo contro Adolf Eichmann, tutti si aspettavano di trovarsi di fronte a un mostro, un genio maligno, un essere brillantemente bieco e invece… invece niente di tutto questo: Eichmann appare a Arendt un uomo come tanti, un mediocre che ha avuto nella vita una unica possibilità di brillare e lo ha fatto come efficiente e zelante burocrate. Un uomo senza immaginazione, senza pensiero, incapace di dare un significato a quelli che per lui erano numeri, non persone di cui organizzava efficientemente la deportazione. Eichmann semplicemente pare non rendersi conto della portata di ciò che ha fatto. Il male suggerisce Arendt, non ha profondità, si spande in superficie come farebbe l’onda concentrica generata da un sassolino in uno stagno. Ecco allora che serve qualcosa che infranga quel fronte d’onda, serve appunto l’energia morale di una coscienza che inabissa l’onda, opponendosi al fascino di una facile e veloce forza di corrente, che trascina inebriando.

Dunque la responsabilità legale, formale, vuota magari rimane pure in capo a un singolo individuo, Cler Moset nel nostro caso, ma la responsabilità morale invece riguarda anche gli altri (il Doc). E facilmente si spande, come il male di Arendt, nella responsabilità del silenzio, del non agire, del non dire, del non opporsi. Ecco allora che dovrebbe essere la coscienza dell’intellettuale a esporsi, a mettere la propria energia morale, come fece Pasolini quando scrisse quel “Io so” che rimane nella storia delle prese di posizione, e che conviene andare a leggere o rileggere, di tanto in tanto.

 

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