Dove la vita si ferma.

21 Lug

Credevo fosse morto, ma poi nel rumore della porta che si chiude, ha avuto uno spasmo, uno scatto delle zampe che annaspano all’aria. Credevo fosse morto perché era voltato sulla schiena, ma prima di fare qualunque rumore, mi era parso che le lunghe antenne si abbandonassero in un gesto di resa, non più sostenute da una volontà. Ma pensavo di essermelo immaginato perché lo credevo morto, e i morti non si muovono. Poi un altro rumore sordo e teso gli si è trasmesso addosso, le antenne, le zampe, sorde e tese anche loro per un attimo breve. Osservavo lo scarafaggio prolungare la sua agonia con la protervia del tenace bisogno di sopravvivere, forse scritto nel dna, forse dettato da un impulso nervoso, forse combattendo il  sentimento di una vita che si sta fermando ma che non deve non deve non deve.

Sono uscita lasciandolo al suo destino perché a nessuno piacciono gli scarafaggi, e poi perché anche io, se mi fa comodo, so tirare in mezzo la natura, il destino, il caso. E’ la vita: capita di morire. Sarebbe morto comunque, era il suo momento, mi sono detta, invocando un superiore ordine delle cose che sgravasse me dal decidermi per un po’ di pietà. Perché mi dispiaceva che agonizzasse. Ma era la sua ora, no?

Solo che.

qui dentro è pieno di esche, io stessa ho piazzato delle esche a casa, nello scantinato. Perché gli scarafaggi non piacciono a nessuno. E’ giusto? Si è giusto. Le malattie? Sì, le malattie. Gli scarafaggi fanno schifo, mi fanno schifo, sono sporchi, brutti, inutili.

Solo che.

magari prima di arrendersi alla forza maligna che lo ha voltato sulla schiena, ha ingoiato un esca, ignaro, e quell’esca lo ha avvelenato piano, lo ha fatto camminare, andare per angoli, sotto le porte, perlustrare lo spazio puntando le antenne a terra, e a un certo punto, dal nulla, quello strano senso delle cose che non quadrano, quello strano senso delle zampe che non obbediscono all’impulso di andare andare andare, quello strano spegnimento delle forze che lo ha fermato.

E sì be’ lo so che vinceranno loro, lo so che questo pianeta, in fondo, è degli insetti e che gli scarafaggi sopravvivranno a tutto, guerre nucleari comprese. Noi no, noi siamo destinati a scomparire. Geologicamente siamo qui da poco, ma toglieremo il disturbo in breve, nella più sciagurata delle ipotesi forse andando a infestare anche Marte. Perché pare che, come razza, proprio non vogliamo smettere di depredare ricchezze che non abbiamo in nessun modo contribuito a costruire e mantenere. Ma questo è un altro discorso.

A me gli scarafaggi non piacciono. Non mi piacciono quando capiscono che ce l’hai con loro e si mettono a correre, non mi piacciono quando li trovo in cucina e sono scesa a piedi scalzi perché avevo sete, non mi piace la loro tenacia, il fatto che se sei costretta a ucciderli devi essere violenta, colpire forte, in una parola: spezzarli.

E allora sono tornata indietro perché se è vero, come è vero, che la loro popolazione è sterminata, e che la natura, sempre matrigna, ha calcolato con studiata indifferenza anche il numero di morti per avvelenamento da intervento umano, mi sono sentita responsabile per quella agonia singola che si era mostrata lì davanti a me. Come due soldati di opposti eserciti che si concedono l’empatia di chi sa che la vita è uguale per tutti, e si ferma allo stesso modo per tutti.

Sono tornata indietro pensando alle agonie inflitte dall’alto della nostra superbia di essere intelligenti a un numero che non so immaginare di esemplari all’interno di tutti i Regni della Natura. Sono tornata indietro, imponendo un soprassalto di coscienza al comodo pensiero di lasciarlo morire di stenti solo per non voler affrontare un moto di repulsione che già avevo immaginato.

E l’ho ucciso.  E’ solo uno scarafaggio in fondo, quanto la fai lunga. Sì, vero. Quanto la faccio lunga.

Solo che.

non so decidere se è la mia sensibilità che è sempre più esposta o è quella di troppi altri che non risponde più agli stimoli. E’ la mia sensibilità che mi ha svegliato di incubi dopo aver visto, da bambina, teneri granchietti bolliti vivi, che nei miei incubi urlavano di dolore. Ma è normale, si fanno così, e quanto sono buoni, mi si è detto. Come ha urlato il topolino che abbiamo preso in casa, perché la botta della trappola non lo aveva ucciso, e quanta sofferenza inutile nel tempo che servì a mia nonna a finirlo con una pala.

Dove la vita si è fermata, stamattina, mi sono fermata anche io, si sono fermati i pensieri, i discorsi ragionevoli, le considerazioni sull’ineluttabile, si sono zittiti i fastidi, i deliri, le considerazioni di buon senso, la scontata e ostentata indifferenza, le necessità.

Ed è come una sospensione nel ciclo che ci comprende tutti, che mi comprende, che tutto connette, che non fa gerarchie, non studia metodi di supremazia e non calcola stermini . Empatia, solo questo. E quel senso di vuoto, amaro, che ne viene poi, dove la vita si ferma.

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Una Risposta to “Dove la vita si ferma.”

  1. rodixidor luglio 22, 2017 a 9:04 am #

    Empatia per quel misterioso stato che è vivere 🙂

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