La libertà di discriminare.

24 Lug

Qualche sera fa discutevo con Tiziana che sarebbe poi la mia… ecco non so mai come definirla: “compagna” mi sa tanto da partito comunista russo classe 1917, “fidanzata” contiene da una parte un’accezione giovanile (e ormai non è più così) e dall’altro una promessa di matrimonio cui non aneliamo né io ne lei (tanto più che sarebbe un’unione civile e poi come dovrei chiamarla? La mia civilmente unita? Bah), “amata” fa tanto amor cortese, e siamo nel post-moderno, dio ci scampi e liberi da questi vecchiumi… comunque commentavo con Tiziana quel fatto dello stabilimento balneare a Chioggia il cui gestore si rifaceva esplicitamente ai moti, ai segni e alla simbologia fascista. Ora lei è una di pancia, intrinsecamente partigiana e antifascista, per cui la sua posizione è netta: quella è apologia di fascismo quindi è un reato. Stop. Fine del discorso.

Vero, dico io. Però ci sono dei però. Il regime è caduto settanta e passa anni fa e dunque in epoca di ricostruzione politica si è voluto scongiurare il ripetersi della storia, ergo mettere al bando il partito fascista e tutto ciò che a quel partito si rifaceva. Le dico: ormai è anacronistico.

E  mi becco una fulminata di sguardo.

Riesco a stoppare l’invettiva che le si stava srotolando fra i denti su “Ma quale libertà di espressione! Quello è reato! Non confondiamo le cose!”, per dire che quel principio forse andrebbe aggiornato. Perché la cosa pericolosa è la mentalità fascista, ovvero quella mentalità per cui c’è un dominante e un dominato, un essere superiore e uno inferiore, una razza eletta talmente convinta di avere la verità in tasca che pretende il potere di farti adeguare alle sue idee anche con la violenza e la coercizione. Mentalità per cui il debole va eliminato (non fisicamente eh? che diamine!, siamo gente urbanizzata! Semmai socialmente e culturalmente obliterato) per una gloriosa popolazione di super uomini (c’è da scommettere che le donne non verrebbero contemplate). Quindi, dico, altro che apologia di fascismo, dovrebbe essere reato qualunque atto di prepotenza.

Lo sguardo truce svanisce per uno di completo assenso.

Però c’è un però. Fare una legge di questo tenore è pericoloso, dico. Perché diventa arbitrario. Chiunque con una buona dialettica e una naturale predisposizione alla mistificazione potrebbe sostenere che un qualunque atteggiamento x è prevaricante. Non ne usciremmo più. E in definitiva io non la vorrei, una legge del genere.

Risultato: il sentimento di pancia di Tiziana rimane insoddisfatto e il mio tentativo di razionalizzare frustrato. Ci consoliamo con del sano street food unto e bisunto, corredato da salse e salsine e birra ghiacciata.

Prenderò in prestito da Isaiah Berlin il concetto di libertà negativa (la libertà da) che è la libertà dalle coercizioni per poter avere la libertà di (essere, fare, dire, baciare, testamento, pugno sotto il mento). Liberi da per essere liberi di.  Liberi dai confini per essere liberi di circolare (leggi Schengen), ad esempio. Non un caso che si rimetta in questione quel trattato, perché ora ci sembra che rimettere confini sia cosa buona e giusta. Se la domanda è: meglio accogliere e farsi un mazzo così per integrare l’integrabile o meglio chiudere i confini? Meglio chiudere i confini, ovvio. Lo dico senza troppa ironia: io, come chiunque altro, ho i miei bei e ben strutturati impulsi di natura ferina, istintuale, diretta e non mediata, che mi provoca, ad esempio, disgusto quando vedo una donna col velo e la tunica fino ai piedi, e magari le trotta pure dietro una bambinetta di cinque anni conciata uguale, triste emule di una mentalità immobile. Disgusto, dico davvero, e subito dopo ira, un’ira tale che mi verrebbe da scuoterla e strapparle di dosso quello straccio!

Ora, potrei fare come fanno  quelli che invocano la libertà di espressione quando difendono il tal proprietario di un B&B, salito oggi agli onori della cronaca perché lui, da lui, non vuole né cani né gay. Potrei anche io dire che la visione delle donne coperte ci ributta indietro sul piano della parità di cinquant’anni e quindi siccome turba la mia coscienza di donna libera non può essere ammesso. Come il gestore del B&B: ha detto che lui è molto religioso e i gay offendono la sua religione. Io sono molto femminista e la loro visione mi turba: non ce le voglio qui a circolare tranquille così conciate. Ma non mi sogno di sostenere una scemenza del genere, perché devo ammettere, per onestà intellettuale, che ci sia anche chi fra loro sceglie di indossare il velo per vera ponderata e libera scelta. Chi sono io per costringerle a toglierlo allora? Nessuno, ovviamente. L’unica cosa che mi rimane è affrontare di volta in volta il mio sentimento di ira e e tentare di superarlo, non sguazzarci dentro come pure verrebbe così naturale. L’unica cosa che mi rimane da fare, se non voglio essere anche io una portatrice di quella mentalità che prima ho definito fascista, è adoperarmi per un sincretismo culturale che, sono sicura, porterà anche loro a evolvere nei loro costumi. Ma è tutte le volte un buttarmi oltre me stessa.

E così dovrebbe fare il gestore del B&B. Chiedersi da dove viene tutte quel fastidio e cominciare a grattarselo. Affrontare i vostri limiti, signori. Potrebbe perfino farvi bene. Potrebbe perfino mettervi nelle condizioni di conoscere meglio voi stessi, le vostre paure, le vostre debolezze. Ma è più facile chiudere, discriminare, sigillare, proteggersi nel proprio clan, nella difesa dei propri valori, non contaminarsi mai.

Una persona che stimo molto e che vive in America mi dice (mi perdonerà l’estrema sintesi che faccio del suo pensiero): “Sai che c’è? Io quasi quasi preferisco saperlo. In maniera chiara e palese: non vuoi gay nel tuo esercizio commerciale? Perfetto! Guarda mi metti una targhetta fuori dalla porta e amen. Almeno evitiamo fastidi inutili da ambo le parti”. La cosa, seppur dettata da un pizzico di esasperazione (e come la capisco!), ha il fascino delle soluzioni pragmatiche. Ci chiediamo però se esista un diritto a discriminare. Lei sostiene di sì: assolutamente mai nel pubblico, ma nel privato sì, ma non nel privato di casa propria, of course, ma intendendo ad esempio le aziende che lo scrivono chiaro e tondo nella policy. Ho già avuto modo di apprezzare lo schietto pragmatismo americano in altre circostanze, come ad esempio il femminismo che pare molto più pop e accattivante di quello della vecchia Europa che a confronto parla ancora latino. E’ una mentalità che pare dire: senti non c’è tempo per stare dietro a tutto, intanto facciamo così. E io da nord-estina la trovo molto accattivante. Però penso anche che un principio inaccettabile nel pubblico, dovrebbe essere ugualmente inaccettabile nel privato. Si dice da più parti: ma è lo stesso per tutti quegli esercizi che si dichiarano gay friendly. Perché tutto sto can can per uno che non vuole i gay? Perché c’è una discriminate fondamentale fra le due cose: dire di essere gay friendly è una dichiarazione di inclusività, ovvero è come dire che qui sono ben accetti tutti gli orientamenti. Continuando a essere una idealista mi pare perfino ridondante dirsi qualcosa-friendly perché darei per scontato che sia così ovunque. Dichiarare invece di non volere gay, negri, terroni, quelli con la barba, quelle col velo, quelli con l’alluce valgo, quelli con le menche, è contravvenire a uno dei più sacri principi della nostra democrazia, l’uguaglianza. Vuol dire permettere che in giro ci sia chi possa dire tranquillamente di ritenersi superiore moralmente, culturalmente, fisicamente, socialmente, razzialmente a chicchessia per il solo fatto di appartenere a una maggioranza. China pericolosa che porta alla dittatura di quella maggioranza.

Riprendendo Berlin, quella di discriminare non è una libertà positiva e non ha a che fare con la libertà di espressione. E’ semmai un segnale di allerta che c’è qualcosa che non va nei presupposti delle nostre libertà, mal interpretati al punto di ritenere l’opzione di detestare pubblicamente un gruppo di persone, un diritto e una libertà, quando il rispetto senza distinzione dovrebbe essere il fondamento di tutte le nostre libertà civili.

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