Il taccuino d’oro

30 Lug

C’ho messo quasi quarant’anni a scoprire Doris Lessing. Meglio tardi che mai, come suolsi dire e con che letizia ho scoperto che ha scritto tanti di quei romanzi da fare in modo che questo innamoramento si nutra per anni.

Lo dico subito: non so cosa darei per poter scrivere alcune pagine come le scrive lei. Con questo suo andar piatto che è solo a tratti faticoso, e lo è più perché si è smarrita l’abitudine ai tempi giusti, alla necessità di certi passi lenti per essere fermi e sicuri, e per farti ammirare il paesaggio, sennò tu con quella fretta maledetta che hai alle calcagna giorno e notte, non te ne accorgeresti nemmeno. Paesaggi intellettuali, morali, stilistici, politici, carnali. E la coscienza del proprio valore letterario.

“Il taccuino d’oro” è un’opera del 1962.  A tutt* gli/le aspiranti scrittori/trici: leggetevi le prime sessanta pagine per capire come si scrivono dei dialoghi, sul serio. Chi ha qualche velleità letteraria sa quanto sia difficile scriverne uno decente, ma sessanta pagine di dialoghi perfetti… bé bisogna inchinarsi al talento e alla sua naturalezza. Molly e Anna si parlano e noi capiamo tutto di come sono i loro rapporti al presente, di come sono stati, delle cose che hanno vissuto insieme, dello specifico mondo che le lega: ci pare di vedere e sapere quello che hanno fatto, visto, discusso insieme. Se pensate di leggere una storia però, lasciate perdere. Quest’opera non è un’opera di intrattenimento, intendendo con questo quelle letture leggere fatte per passare il tempo, seppure in compagnia di buon* affabulator*.

Doris Lessing è una scrittrice e riflette sul ruolo di chi si definisce tale, che è quello di scrivere la verità, non una storia (ma quale verità, aggiunge subito dopo, nella trasfigurazione delle cose e degli aventi che tutti facciamo), e su che cosa è il romanzo. Ce lo dice lei ciò che fa “di un romanzo un romanzo: la qualità filosofica”. Ammette però, poco oltre, di essere incapace di scrivere “l’unico tipo di romanzo che mi interessa: un libro potenziato da una passione intellettuale e morale tanto forte da creare un ordine nuovo e un nuovo modi di considerare la vita”. Certo, troppo per chiunque, ma intanto ci indica l’orizzonte teorico cui mirare. Un posto in cui chi legge “sente la realtà” dei personaggi narrati.

Perché, pare ridondante dirlo, non conta solo come si scrive, ma anche quello che si scrive, e Doris Lessing ha una capacità di andare in fondo a se stessa, in fondo alle relazioni, alle ideologie, e in fondo alla cose con poco ossequio ai pudori, siano essi del corpo o della mente, propria degli intellettualmente onesti. Con uno sforzo che non deve essere stato piccolo, permette a chi legge di salire a più ampie e poco pensate profondità, mettendoci tutta l’ostinata ricerca di una mente capace di cogliere sovrastrutture nascoste dentro cui si muove l’emozione e il bisogno dell’individuo.

Accompagnamento di sottofondo alle settecento squisite pagine è la rassegnata sconsolatezza di un vivere frammentato, che Doris Lessing restituisce giocando con noi (e anche con se stessa), coi canoni del Punto Di Vista, nascondendoci l’io narrante come col gioco delle tre carte, frammentandolo, presentandoci la protagonista che è una scrittrice che scrive la storia cui si è ispirata per scriverne un’altra, che ne contiene altre. Che ci mostra i suoi taccuini, i suoi appunti, gli spunti, anche le trascrizioni di pezzi di cronaca pura e semplice, imbastendo poi trame e discorsi che si confondono con la storia principale, e così via: effetto matrioska da perdere il filo, come Lessing credo voglia succeda, perché appunto “L’dea umanistica sta cambiando (…). L’umanesimo è per la personalità piena, per l’individuo nel suo insieme, che si sforza di diventare sempre più cosciente e responsabile nei confronti di tutto l’universo. Ma tu adesso (…) pur essendo un umanista dici che grazie alla complessità delle scoperte scientifiche l’uomo non deve aspettarsi più di essere un tutto, dovrà sempre essere frammentato”. Una disgrazia, per una scrittrice come lei. Cui non resta che scavare, nelle cose, nelle facce, nelle relazioni, nelle esperienze, nelle proprie convinzioni e ostinazioni come quando scrive sul coraggio, “ma non del coraggio che ho sempre capito, bensì sul coraggio minuto e doloroso che è alla radice di ogni vita, perché alla radice della vita ci sono ingiustizia e crudeltà. E la ragione per cui mi ha colpito soltanto l’eroismo, la bellezza, l’intelligenza, è che non voglio accettare l’ingiustizia e la crudeltà e perciò non voglio accettare quella sopportazione minuta che è la cosa più grande che esista”. Non so voi, ma io mi confondo ogni volta che la leggo.

Chiudo con una considerazione sulle persone in cui condensa questa crudeltà e questa ingiustizia in questo modo, di nuovo per me, incantevole per significato e poesia: “Pensa a tutte le meravigliose persone che conosciamo e che hanno cinquanta o sessant’anni. Alcune di loro, poche naturalmente, sono davvero meravigliose, mature, sagge. Persone vere, come si suol dire, che irradiano serenità. E come lo sono diventate? Bene, lo sappiamo no? Ognuna di queste persone ha dietro di sé una storia di crimini emotivi. Oh, i tristi cadaveri insanguinati che lastricano la strada di un uomo o di una donna di cinquant’anni saggia e serena. Non diventerai mai né saggio né maturo se non sei stato per almeno trent’anni un cannibale delirante”.

 

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