La differenza che conta

10 Ago

Avviso ai naviganti: l’articolo che segue riguarda Arcilesbica Nazionale e quelle quattro gatte scottate e spellate che ci girano intorno (me compresa, almeno fino a quando ho la tessera). Cose davvero poco interessanti per i più, insomma, ma che scaldano il sangue a certune (me compresa).

Annus horribilis questo per l’associazione cui tanto siamo affezionate, e con giusta ragione. Come dimenticare ciò che l’associazione ha rappresentato per molte di noi? La rivendicazione di uno spazio politico, fisico, culturale che ci dava voce, visibilità, fondamento teorico, storico, che ci metteva in contatto, che faceva circolare tanta parte di cultura che non conoscevamo nemmeno. Che ci insegnava a dirci e a esserci. Come dimenticare, per dirne una, Titti De Simone (quella volta ti votai anche) con la sua bella felpa napapijri che da Bruno Vespa a Porta a porta illustrava il kit autofecondativo? Aver fatto breccia in un programma così istituzionale per parlare di come le donne potrebbero autodeterminarsi in tutto e per tutto, anche su come restare incinte (perché volendo possono farlo piaccia o non piaccia) è stato molto più radicale e dirompente di tutte le avvilenti circonvoluzioni mentali di coloro che si sono assise sul trono delle pensatrici di Arcilesbica e che adesso, come dire, hanno seccato la pianta.

Per questo sono arrabbiata. I’m angry. Perché non posso pensare che Arcilesbica sia ostaggio di un gruppo di persone che la usa per rappresentare la propria visione ideologica, antropologica e culturale del mondo. Ma solo la propria e non altre. Quella di tre o quattro che se la contano e raccontano, instancabilmente, e che sono in guerra col mondo intero. Con atteggiamenti tracotanti e aggressività gratuite sconcertanti. Purtroppo, o per fortuna, sono di nuovo fuori dalla mainling list ufficiale di AL, probabilmente perché mi sono persa una delle procedure di conferma dell’account che mi arrivavano ogni tre per due, manco ci raccontassimo segreti militari (non mi risulta però che la procedura di conferma sia attiva per tutte… mah). Ad ogni modo non sono molti dispiaciuta di non leggere più scambi feroci, più spesso trascesi sul piano delle offese personali, sulla Gestazione per Altri che, sapete, è uno dei problemi più enormemente enormi che abbiamo oggi a livello mondiale. Cioè la piaga della GPA. Un fenomeno che solo in Italia, e dico solo in Italia, è responsabile, da solo, dello 0.0000000000000125%  delle nascite. Roba da cavare il sonno anche agli animi più sereni. Ma fosse finita qua! No, il 2017 è un anno di problematiche mai più finite. Aprite la pagina di Arcilesbica Nazionale e vedete se non è vero. Ad esempio:

Screenshot (1)

Io sono una donna. Tu sei una trans donna. E questa differenza conta.

(E insomma, dopo il problemone della GPA, adesso c’è quest’altra gatta da pelare: il gigantesco problema delle donne trans negli spogliatoi. Cioè è pieno di ragazze trans nelle palestre, ma pieno pieno eh? Andate in una palestra qualunque: se non ci sono almeno tre-barra-quattro donne transessuali, non mi chiamo più Michela).

Nel merito: l’articolo racconta l’esperienza di una donna (mi rifiuto di usare il prefisso Cis, per me Cis è solo viaggiare informati), vittima di stupro nel passato e il suo disagio nel condividere spazi intimi, come per l’appunto lo spogliatoio di una palestra o spazi simili, con delle donne transessuali non operate (potete leggere tutto qua). Con tutto il rispetto per l’esperienza di questa singola donna verso la quale non mi sogno di rivolgere nessuna critica, cosa significa da parte di una associazione nazionale postare un articolo del genere, così alla brutta, senza una riga, una considerazione, un pensiero? Ma anche una semplice didascalia, un’istruzione per l’uso, insomma cazz* (uh! Dio non è che adesso mi dite che ho introiettato il linguaggio patriarcale, becero maschile, vero?) dite qualcosa, anche non di sinistra, ma dite qualcosa! E sennò fatela compiuta, dite: fuori le transessuali dai nostri spazi. Dal punto di vista della comunicazione fate pena, non si può dire altro.

Ma il punto dell’articolo non è il fatto di dire che esistono delle differenze fra una donna nata femmina e una donna in transizione, capirai che scoperta! Certo che esistono delle differenze, c’è bisogno di dirlo? Fra l’altro si chiama proprio pensiero della differenza, per il quale dobbiamo dire grazie a una certa corrente del pensiero femminista, quello che ci ha insegnato a costruire gli spazi semantici e di significato per sottrarli al discorso unico e al pensiero unico imperante, quello che ha messo al mondo intere soggettività che altrimenti non avremmo conosciuto. Ma non le ha messe al mondo perché vivessero da separate in casa. La situazione da raffigurare è questa: ci sono due persone, una donna vittima di stupro e una donna in transizione, ci sono cioè due soggetti che hanno dovuto subire entrambi la violenza culturale e sociale di una società sessista e maschilista, con l’aggravante inqualificabile della violenza fisica per la donna non trans. La domanda è: fra due soggetti deboli è necessario schierarsi? E’ necessario prendere le parti di una sull’altra? E’ necessario dire che la donna ha diritto ai propri spazi escludenti perché vittima maggiore di tutte le altre vittime? Una distinzione del genere ha senso solo che supponiamo che fra  le due categorie una non sia affatto debole. Nel caso in esame  è possibile sostenerlo solo se non si riconosce alla transessuale la sua dignità, e considerandola fondamentalmente un uomo. E allora, dato l’insistito piano genitale della questione (comunque dubito assai che una transessuale che capiti in uno spogliatoio sventoli i genitali sotto agli occhi delle altre donne, mi sbaglierò ma non credo, come non credo che ci si stia a contare i peli pubici fra una e l’altra, e io di spogliatoi ne ho visti parecchi), la cosa si riduce a questi minimi termini: c’è un uomo nel bagno delle donne!! Di più ancora: c’è un uomo e con lui è entrato ciò che rappresenta, ovvero violenza, prevaricazione, discriminazione. Tutto questo Arcilesbica lo fa sulla pelle della transessuale. E questo signore si chiama transfobia, non c’è un altro nome. Ma guai a dir loro che discriminano: subito urlano che le si vuole mettere a tacere (cito un pezzo che riprendo dalla loro pagina: “Le donne sono ancora una volta redarguite, minacciate e punite se prendono iniziative non approvate dal potere maschile”), subito urlano che le si attacca e si mettono a fare le vittime universali del mondo intero. Smettere questo atteggiamento e lasciare stare di presidiare i confini dei pensieri autoreferenziali dall’invasione dello straniero (rigorosamente maschile), come manco i militari in Libia, sarà la prima cosa da fare per rifondare l’associazione. Una rifondazione che mi auguro sia imminente.

Quando apro wordpress una scritta mi informa che la mia pagina si sta caricando fra milioni di articoli.

Cara Arcilesbica Nazionale: avevi migliaia di possibilità, milioni di articoli, migliaia di punti di vista: hai scelto questo. E questa scelta conta.

Screenshot (1)

 

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