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Il taccuino d’oro

30 Lug

C’ho messo quasi quarant’anni a scoprire Doris Lessing. Meglio tardi che mai, come suolsi dire e con che letizia ho scoperto che ha scritto tanti di quei romanzi da fare in modo che questo innamoramento si nutra per anni.

Lo dico subito: non so cosa darei per poter scrivere alcune pagine come le scrive lei. Con questo suo andar piatto che è solo a tratti faticoso, e lo è più perché si è smarrita l’abitudine ai tempi giusti, alla necessità di certi passi lenti per essere fermi e sicuri, e per farti ammirare il paesaggio, sennò tu con quella fretta maledetta che hai alle calcagna giorno e notte, non te ne accorgeresti nemmeno. Paesaggi intellettuali, morali, stilistici, politici, carnali. E la coscienza del proprio valore letterario.

“Il taccuino d’oro” è un’opera del 1962.  A tutt* gli/le aspiranti scrittori/trici: leggetevi le prime sessanta pagine per capire come si scrivono dei dialoghi, sul serio. Chi ha qualche velleità letteraria sa quanto sia difficile scriverne uno decente, ma sessanta pagine di dialoghi perfetti… bé bisogna inchinarsi al talento e alla sua naturalezza. Molly e Anna si parlano e noi capiamo tutto di come sono i loro rapporti al presente, di come sono stati, delle cose che hanno vissuto insieme, dello specifico mondo che le lega: ci pare di vedere e sapere quello che hanno fatto, visto, discusso insieme. Se pensate di leggere una storia però, lasciate perdere. Quest’opera non è un’opera di intrattenimento, intendendo con questo quelle letture leggere fatte per passare il tempo, seppure in compagnia di buon* affabulator*. Continua a leggere

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La verità è che si ha posto per molti rapporti umani

22 Apr

“E Vita viene a pranzo domani, e la cosa sarà un grande divertimento e un grande piacere. Mi diverte la mia relazione con lei: interrotta quando era così ardente in gennaio e ora cosa? (…) Mi piacciono anche la sua presenza e la sua bellezza. Sono innamorata di lei? E cos’è l’amore? Che lei sia ‘innamorata’ di me mi eccita e mi lusinga; mi interessa” scriveva Virginia Woolf nel suo diario il 20 maggio 1926.

Che delizia le lettere che Virginia Woolf e Vita Sackville-West si sono scritte!,  e per fortuna che all’epoca non c’erano serie televisive su cui passare interi fine settimana a consumarsi gli occhi, la play station , gli smartphone, whatsapp, sms, messenger, mail, altrimenti non  sarebbero mai state lettere così belle, intense, curate. Inutile dire che la concentrazione e la propensione d’animo che occorre per mettersi allo scrittoio e impiegare tutto il tempo che serve per scegliere cosa dire e come dirlo, non è nemmeno vagamente paragonabile alla sciatteria con cui si inviano sciocchezze a tutte le ore a chiunque.

Che cos’è l’amore, dunque.

Ce lo saremmo chiest* tutt* almeno una volta nella vita.

Scommetterei che c’è una risposta, o meglio, una divagazione sul tema per ogni situazione in cui qualcosa o qualcuno ci attrae.  Non a caso è una domanda che ci si fa quando si è talmente sorpresi del proprio sentire che occorre rivisitare il placido scorrere della vita quotidiana e con essa i suoi fermi contenuti. Continua a leggere

Identita’ liquido-molecolari

13 Mar

Uno dei concetti ricorrenti nelle opere di Aldo Busi è il concetto di individuo. E io, come lui, sono convinta che le società sarebbero certo luoghi migliori se in luogo di fondarsi sulla struttura di “famiglia”, poggiassero sugli individui. Ovvero su singol* integr*, liber*, onest* e razionali. La difesa del proprio gruppo, del proprio clan, della propria tribù che un contesto familiare presuppone, apre la strada a faziosità, aggressività, sotterfugi, menzogne e favoritismi. Mentre se si ponesse l’accento sull’individuo senza che fosse costretto in quanto tale a incastonarsi in un meccanismo che facilmente lo distoglierà da se stess* in vista di un bene superiore, di un bene allargato di cui lui/lei non è che un elemento e per il quale può e deve sacrificare, rinunciare, obliterare. Naturalmente è anche il luogo e la struttura che ha il compito di proteggere, supportare, aiutare l’individuo che ne fa parte, e questo potrebbe essere il rovescio della medaglia, ma a che prezzo? E poi l’autonomia, la forza e il coraggio civile individuale dove andrebbero a finire? Continua a leggere

Cartongesso, di Francesco Maino

21 Ago

Sono nata in Germania, dove ho respirato la mia prima aria, ho passato gli anni dell’infanzia per metà di qua e per metà di là dalle Alpi, ho vissuto davvero in una collina fra Treviso e Belluno solo per gli anni delle scuole, e cioè a conti fatti, oramai meno della metà della mia vita perché poi a diciannove anni mi sono trasferita in Emilia, dove sto ancora. Eppure se me lo chiedono io sono, mi sento e mi dichiaro veneta, tanto che nei miei pensieri casa mia è lì, in Veneto, come se dopo diciassette anni io qui, in Emilia, fossi ancora in transito. Probabilmente l’appartenenza a una terra si succhia insieme al latte materno, e quello era trevigiano Docg. Forse è così per tutti, o forse è proprio il veneto la terra da cui si fa fatica a cavar via le radici. Continua a leggere

Il Desiderio di essere come tutti (anche dell’Especialista de barcelona), in particolare dei Reietti dell’altro pianeta.

1 Lug

Da qualche tempo rimugino di scrivere del libro di Piccolo, non tanto per farne una recensione, ma per una riflessione che mi ha fatto fare, la cui banalità mi ha lasciato tanto più di stucco, quanto meno a quella banalità avevo pensato prima.

Come quando hai la matita infilata dietro l’orecchio e metti sotto sopra casa per trovarla. Si perché al di là dei meriti del libro (e ne ha almeno un paio per me che in quegli anni o non ero nata o mi esprimevo a gesti e grugniti), il punto è questo: non mi ero mai soffermata a pensare a quello che Piccolo chiama il pensiero confermativo e che descrive così: “corrisponde con esattezza a ciò che sta accadendo con la navigazione in rete: mentre ci muoviamo, seminiamo una scia di segnali che poi la rete ripropone per somiglianza. Si chiamano ‘sistemi di raccomandazione’, sono presenti in quasi tutti i siti e social network, e si occupano di analizzare le nostre scelte per poi riproporcene di simili. Più si naviga, più si restringe il campo della diversità – più le proposte sono soddisfacenti ( ‘chi ha letto questo libro ha letto anche…’), più sono limitate. E’ come se, vivendo, eliminassimo sempre più la possibilità di incontrare qualcosa che non ci piace – che non ci soddisfa; ma allo stesso tempo eliminiamo tutto ciò che ci potrebbe sorprendere (…) di conseguenza il campo dei nostri desideri, mentre viene soddisfatto di continuo, si restringe; di conseguenza, ci sembrerà  che nel mondo c’è soltanto gente che la pensa come noi”. Continua a leggere

Le cose cambiano

23 Mag

Oltre a essere il titolo di questo libro che consiglio di leggere, (e che se fosse per me farei girare nelle scuole altro che mazzucco, mazzantini e serbelloni vien dal mare) è anche un progetto nato in america e trapiantato poi anche in Italia.

Nel 2010 negli States nel giro di pochi mesi si suicidarono 5 ragazzi gay.

Questo ha spinto Dan Savage e Terry Miller a registrare una sorta di videomesaggio in cui raccontare la propria esperienza di vita in quanto omosessuali, delle difficoltà incontrare, degli ostacoli affontati, nella lodevole e condivisibile ottica che raccontare la propria esperienza dà forza e coraggio a chi crede che non sarà mai in grado di affrontare le medesime avversità.

Un modo insomma di dire “se ce l’ho fatta io ce la puoi fare anche tu”, ma soprattutto un’esortazione a chiedere aiuto, a parlare con qualcuno perché potrebbe salvarti la vita.

Diversa è stata la risonanza che l’iniziativa ha avuto negli Stati Uniti e in Italia, of course. Continua a leggere

E baci.

23 Gen

Un sollucchero mentale il libro “E baci” di Busi.
Il libro viene presentato come una raccolta degli scritti che Busi, a vario titolo, ha prodotto dal 2008 al 2013, ma in realtà è un’opera organica e unitaria. Non vi si trova tanto il Busi-pensiero, a meno di non intenderlo come voce e traduzione di una autentica coscienza civile, a meno di non intenderlo come lo Scrittore (in attesa che la società sia evoluta il tanto che basta da non farne più un fatto eccezionale da sostanziare con la maiuscola) che in veste di Io narrante parla in nome e per conto di un Noi, cioè quelli che non hanno mai frainteso la laicità e di conseguenza, per una specificità tutta italiota, sono per intima coerenza anticlericali, critici del pensiero dominante, attenti alle parole, sensibili all’altro da sé. Di tutti i “noi” che detestano le ipocrisie, i paralogismi, le imposizioni cultural-economiche che vogliono far apparire “naturale” qualcosa che non lo è né in via di principio né in punta di ragionamento. E il riferimento non è al trito e frustro argomento “omosessualità” (sempre furiosamente sventolato come un turibolo fumante negli occhi dei poveri di spirito per disinnescare la funzione pedagogica di una vera intelligenza), per lo meno non solo, ma a tutti gli aspetti dell’esistenza, del vivere civile, politico e materiale di ognun*. Un piacere ritrovarsi in un pensiero limpido e impavido nei suoi aspetti educativi, nelle sue declinazioni dei doveri dei/delle singoli/e in seno alla famiglia, non certo tradizionale per modi e convenzioni.
Un vero godimento poi, dopo paccottiglie di libri fatti di frasi lunghe al massimo sei parole, che dovrebbero dare il senso e la misura della narrativa moderna, lo stile busiano: come lui stesso afferma niente che nessuno che abbia almeno la licenza elementare non possa comprendere. A me sono venute in mente tutte le ore che ho speso da bambina a riempire quadernetti su quadernetti di analisi logica e grammaticale e a quante poche occasioni ho di mettere a frutto tutto quelle ore. Per tentare di demolire Busi si dice che ha uno stile troppo difficile. Eh si perché loro sono un popolo per cui tenere dietro a più di una subordinata è troppa fatica, così come mettere insieme un condizionale con un congiuntivo in una frase ipoetica. E che enorme regalo fanno i giornalisti a Busi a ignorare l’esistenza di “E baci”: troverebbero il modo di snaturarlo e Noi invece vogliamo che resti una chicca per Noi e non una perla ai porci per Loro.

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Avete presente quegli scomodi abiti vittoriani? Quelli con la gonna che strascica un po' per terra, gonfiata sul di dietro dalla tournure? Quelli con i corsetti strettissimi e i colletti alti che solleticano il collo? Ecco. Io non vorrei indossare altro.

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