Tag Archives: politica

Post Pride

11 Lug

Non so voi, ma quando vado a una manifestazione, non ci vado perché mi annoio/non ho altro da fare/sono appena stata dall’estetista e voglio che tutti vedano quanto sono glabra/mi va di fare due passi in centro in compagnia ma mi hanno dato buca le mie amiche e so che c’è tanta gente. Ci vado perché condivido ciò per cui si manifesta. Se vado a un Pride devo sapere cosa significa. Così come se sciopero quattro ore di venerdì pomeriggio devo sapere che mi sto solo allungando il fine settimana e non mi sto certo opponendo a nessuna metafisica dello sfruttamento salariato.

Le cose che seguono le scrivo perché sono stufa di sentire che il Pride non deve essere una manifestazione politica (sveglia gente!, qualunque occupazione organizzata dello spazio pubblico è una manifestazione politica) e per quello che è successo sotto al palco del pride di Bologna, in cui un paio di persone si sono messe a contestare un migrante durante il suo discorso (potete vedete il video qui più o meno dal minuto 2.30).

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Come una cartaccia.

11 Giu

Parecchi anni fa percorrevo una strada periferica intorno alla città in cui vivo. Studiavo ancora ed ero una giovane di belle speranze, come lo sono tutti i giovani. Davanti a me una berlina non particolarmente nuova di cui non ricordo né colore né modello. Però ricordo che poco prima di una curva, il conducente abbassò il finestrino, armeggiò con qualcosa a lato del passeggero e un secondo dopo gettava fuori dal finestrino che aveva appena abbassato, un cucciolo di gatto. Un minuscolo e terrorizzato cucciolo che schizzò via come un servizio di Serena Williams, schivando miracolosamente la macchina in senso contrario e tuffandosi dentro un prato. Continua a leggere

Perché dovrei (dovremmo) poter adottare.

11 Set

Ultimamente mi sono sorpresa, con mia stessa sorpresa, a pensare a un tema su cui non mi sono mai soffermata: l’adozione.

La ragione principale è stata la necessità di uscire dalla polemica stantia sulla Gestazione per Altri che mi pare sempre di più un pretesto per dirsene un sacco e una sporta vicendevolmente fra pro e contrarie. Dunque una ragione pragmatica per tirare fuori il movimento femminista dalle secche di un dibattito che non è nemmeno più tale e su cui tutte abbiamo detto tutto in più occasioni, e che dice che è anche ora di farla finita e guardare a cose più sensate e magari raggiungibili. Continua a leggere

Il taccuino d’oro

30 Lug

C’ho messo quasi quarant’anni a scoprire Doris Lessing. Meglio tardi che mai, come suolsi dire e con che letizia ho scoperto che ha scritto tanti di quei romanzi da fare in modo che questo innamoramento si nutra per anni.

Lo dico subito: non so cosa darei per poter scrivere alcune pagine come le scrive lei. Con questo suo andar piatto che è solo a tratti faticoso, e lo è più perché si è smarrita l’abitudine ai tempi giusti, alla necessità di certi passi lenti per essere fermi e sicuri, e per farti ammirare il paesaggio, sennò tu con quella fretta maledetta che hai alle calcagna giorno e notte, non te ne accorgeresti nemmeno. Paesaggi intellettuali, morali, stilistici, politici, carnali. E la coscienza del proprio valore letterario.

“Il taccuino d’oro” è un’opera del 1962.  A tutt* gli/le aspiranti scrittori/trici: leggetevi le prime sessanta pagine per capire come si scrivono dei dialoghi, sul serio. Chi ha qualche velleità letteraria sa quanto sia difficile scriverne uno decente, ma sessanta pagine di dialoghi perfetti… bé bisogna inchinarsi al talento e alla sua naturalezza. Molly e Anna si parlano e noi capiamo tutto di come sono i loro rapporti al presente, di come sono stati, delle cose che hanno vissuto insieme, dello specifico mondo che le lega: ci pare di vedere e sapere quello che hanno fatto, visto, discusso insieme. Se pensate di leggere una storia però, lasciate perdere. Quest’opera non è un’opera di intrattenimento, intendendo con questo quelle letture leggere fatte per passare il tempo, seppure in compagnia di buon* affabulator*. Continua a leggere

La metropoli e la vita dello spirito

8 Mag

A inizi del novecento George Simmel, considerato uno dei fondatori della moderna sociologia, scriveva a proposito dei cambiamenti delle percezioni di coloro che si trovavano a vivere nelle nascenti metropoli, come già erano Parigi o Londra. Una cosa l’aveva capita con chiarezza: la tendenza anestetizzante che la sovrabbondanza di stimoli avrebbe indotto nel cittadino, qui inteso come colui che vive in una città. Profetizzò che saremmo diventati tutti un po’ blasé, e credo di poter dire senza tema di essere smentita che la storia gli ha dato ampiamente ragione (Gli indifferenti di Moravia chiarisce, fra le altre cose, chi è il tipo blasé). Per lui la sovrabbondanza di stimoli era, per esempio, il traffico delle macchine, i movimenti di folle sui marciapiedi, i semafori e i loro segnali, gli incroci di persone, i locali di divertimento con i loro frastuoni e voci, e cose di questo genere. Chissà cosa avrebbe pensato della nostra attuale società, in cui la sovrabbondanza di stimoli è diventata lo sfondo scontato su cui surfare per svolgere una qualunque attività; cosa avrebbe pensato della nostra era, in cui corpi e menti vengono attraversati da un continuo fascio di impulsi e stimoli (anche se a vedere certuni c’è da credere che passino per lo più senza lasciare traccia, un po’ come fanno i neutrini con la crosta terrestre). Continua a leggere

Il Desiderio di essere come tutti (anche dell’Especialista de barcelona), in particolare dei Reietti dell’altro pianeta.

1 Lug

Da qualche tempo rimugino di scrivere del libro di Piccolo, non tanto per farne una recensione, ma per una riflessione che mi ha fatto fare, la cui banalità mi ha lasciato tanto più di stucco, quanto meno a quella banalità avevo pensato prima.

Come quando hai la matita infilata dietro l’orecchio e metti sotto sopra casa per trovarla. Si perché al di là dei meriti del libro (e ne ha almeno un paio per me che in quegli anni o non ero nata o mi esprimevo a gesti e grugniti), il punto è questo: non mi ero mai soffermata a pensare a quello che Piccolo chiama il pensiero confermativo e che descrive così: “corrisponde con esattezza a ciò che sta accadendo con la navigazione in rete: mentre ci muoviamo, seminiamo una scia di segnali che poi la rete ripropone per somiglianza. Si chiamano ‘sistemi di raccomandazione’, sono presenti in quasi tutti i siti e social network, e si occupano di analizzare le nostre scelte per poi riproporcene di simili. Più si naviga, più si restringe il campo della diversità – più le proposte sono soddisfacenti ( ‘chi ha letto questo libro ha letto anche…’), più sono limitate. E’ come se, vivendo, eliminassimo sempre più la possibilità di incontrare qualcosa che non ci piace – che non ci soddisfa; ma allo stesso tempo eliminiamo tutto ciò che ci potrebbe sorprendere (…) di conseguenza il campo dei nostri desideri, mentre viene soddisfatto di continuo, si restringe; di conseguenza, ci sembrerà  che nel mondo c’è soltanto gente che la pensa come noi”. Continua a leggere

Il Ventennio del nostro scontento.

17 Mar

Sono vent’anni che è così!

Negli ultimi tempi questa frase l’avrò sentita migliaia di volte. Non c’è un dibattito televisivo in cui presto o tardi qualcuno non la pronunci.
Le nostre scuole mancano di manutenzione da almeno venti anni, è l’ultima che ho sentito pochi giorni fa.

Ora, in Italia far riferimento a un ventennio fa venire in mente automaticamente il Fascismo. Se poi pensiamo a Berlusconi, l’assoluto dominatore dal 1994 in avanti, l’equazione è bella che fatta.

Il livello culturale del popolo italiano si è degradato negli ultimi venti anni.                                                                                                                                                                                           Negli ultimi venti anni l’immagine della donna si è mercificata al punto da diventare un oggetto.
Sono vent’anni che la classe dirigente di questo paese non ha più il senso della realtà.                                                                                                                                     Da vent’anni non ci sono stanziamenti sufficienti per la cultura e il patrimonio artistico.
Da venti anni a questa parte l’etica pubblica si è andata sgretolando.

Etc, etc.

Credo che in breve diventerà un modo di dire, la useremo per indicare tutto quello che non va o che ci indigna.
Il Postamat è fuori servizio! Eeeeh sono vent’anni che non funziona niente in questo paese.
Questo quadro moderno non lo capisco.. Ehhhh sono vent’anni che l’arte non vuol dire più niente.
In TV non ce mai niente di interessante… Ehhh è da vent’anni che non fanno niente di bello.
Ma è possibile che siano tutti così maleducati i giovani d’oggi? Ehhh è da vent’anni che non sappiamo più cos’è il rispetto.
Una volta le girelle erano più grandi… Ehhh da vent’anni a questa parte si è tutto rimpicciolito.

E chi più ne ha più ne metta. Continua a leggere

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Avete presente quegli scomodi abiti vittoriani? Quelli con la gonna che strascica un po' per terra, gonfiata sul di dietro dalla tournure? Quelli con i corsetti strettissimi e i colletti alti che solleticano il collo? Ecco. Io non vorrei indossare altro.

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